giovedì 29 maggio 2014

Memorie (quasi) vere: Gregory Corso

Come già scritto, a Castiglione di Sicilia (appena 3000 abitanti in provincia di Catania, a ridosso dell'Etna) con la complicità di Dario Bellezza e per il Premio Akesineide, inventato da Enzo Grasso, sindaco scrittore, gentiluomo d’altri tempi e mondi, avevamo l’opportunità di invitare grandi artisti, personaggi di valore, premi Nobel.
Non ho conservato giornali – all'epoca non ne conoscevo l’importanza – né tanto meno foto, salvo alcune, miracolosamente salvate ai miei 47 traslochi, cambi case, città, lavori.
Ma i ricordi dei momenti vissuti con scrittori, poeti, scienziati di mezzo mondo, malgrado i vuoti di memoria sono tanti e ‘notevoli’.
Il 1987 fu, forse, una delle edizioni più belle ed erano presenti, fra gli altri, Valerio Magrelli, Dante Maffia, Roberto Pazzi, Amelia Rosselli, Giorgio Bassani, ma spiccava su tutti la presenza di Gregory Corso.

L’andatura incerta, spesso trasversale a comprova che le birre riusciva sempre ad individuarle, Gregory viaggiava per le strade di Taormina, scoprendo ogni bar, nelle decorazioni, nei dipinti, nei soffitti e pavimenti tutti uguali e nelle qualità di birra - queste sì, spesso, diverse.

La pubblicità sul giornale La Sicilia 1987
Un abbraccio continuo di parole, non scritte, riflessioni, pensieri, ricordi che nulla avevano a che fare con alcun altro dei poeti fin lì incontrati, salvo poi, per certi versi Amelia Rosselli (a lei, più che i bar attiravano le pasticcerie, superata solo da Fernanda Pivano).
Le scalinate della chiesa di Castiglione dove si svolgeva il Premio erano affollate, il palco frontale e vasto nella piazza ricco dei colori forti della Sicilia, il pubblico ‘importante’ e gli ospiti (come a Taormina) nelle prime file con delle sedie comode per artisti non sempre molto giovani.
Corso, naturalmente era in qualche lato della piazza, in giro per i vicoli o seduto per terra, ignorato dal pubblico che, certo, non poteva immaginare che uno così vestito e mal messo fosse uno fra i più grandi poeti americani (e non solo).
Cominciava il balletto seguito dai ringraziamenti, e la presentazione di Fioretta Mari. Senza retoriche, né troppi discorsi lunghi e con il sindaco che brevemente annunciava.
Erano presenti anche Giacinto Spagnoletti, Maria Luisa Spaziani, Dacia Maraini e alcuni scienziati (premi Nobel dei quali non ricordo i nomi, cinesi, giapponesi o russi per me, siculo di tante generazioni impossibili da ricordare. Solo che da poco alcuni avevano ricevuto il Nobel.
L’idea infatti del sindaco Grasso era in fondo semplice: dare un premio di un milione di lire a personalità del mondo della cultura e la presenza di grandi scienziati rendeva appetibile la partecipazione a chiunque: per questo forse anche la mia.
Lo stesso Léopold Sédhar Senghor ha lasciato il proprio assegno di un milione all'autista.
Dal microfono parte il nome
«A voi, eccezionalmente, Gregory Corso».
La voce. Niente si muove, il pubblico si gira d’ogni parte finché dopo alcuni minuti, nel corridoio laterale, si vede un uomo che sembra correre o, forse, con passo affrettato, inseguito e poi agganciato da due carabinieri.
«Giovanni, Pasquale, lasciate quell'uomo è il poeta!»
Così costretti a mollarlo, ricordo Pinocchio, lasciarono libero di salire sul palco ma per prudenza adesso quasi accompagnandolo, l’eroe premiato.
Il seguito fu vero spettacolo per alcuni per tanti altri lo spettacolo vero e divertente s’era chiuso. Troppo presto.
Ma la sera ancora una sorpresa. Mentre cercavo di dormire nella mia stanza d’albergo, mi chiama Dacia:
«Beppe, per favore, ho Corso dietro la porta ubriaco marcio. Vuole che apra, vuole amarmi, dice almeno lui».
Corsi da Corso dietro la porta di Dacia e cercai di allontanarlo. Pensando di riuscirci, tornai in camera ma un’ora dopo squilla il citofono. Il portiere:
«Signor Costa, è impossibile, il vostro amico, sarà un poeta, ma ha scoperto la cantina e sta lì seduto, credo che abbia consumato una cassa di birre, piccola credo. Può venire? »

Ecco, la nottata si fece alba e ascoltai a lungo i racconti di Gregory: ho imparato molto. Ci incontrammo ancora ma quella notte scoprii la bellezza e la diversità dei poeti che vivono con un solo paio di scarpe, con un solo bagaglio (a volte) una busta.
Incontrai ancora Gregory con un amico suo editore di Venezia e con Dario Bellezza, andò a vivere a casa di Amelia Rosselli, fino al suicidio di Amelia (1996), poi si ammalò gravemente e ricordo solo di avere partecipato a una raccolta di fondi per riportarlo negli Stati Uniti, dove non rientrò più.
Non seppi perché nel ‘92 avendo aperto una libreria (con subito difficoltà economiche) non ho avuto modo di frequentare (quasi) più nessuno.
Morì nel gennaio del 2001. Seppellito al Cimitero acattolico di Roma come Amelia Rosselli, Dario Bellezza e tanti altri amici stranieri in patria.
A lui e a tanti altri poeti americani, e non solo, si deve la fusione fra musica e versi, cosa questa rifiutata dalla gran parte degli autori italiani del mio periodo, più soporiferi e attenti a che il pubblico si addormentasse alla loro prima poesia o, al limite, alla seconda.

Da Wikipedia: Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano scrisse:

“insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.







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