Poeti: Walt Whitman



O Capitano! mio Capitano!

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,

Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
Ma o cuore! cuore! cuore!
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

O Capitano! mio Capitano! alzati e ascolta le campane; alzati,
Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te
I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla,
Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti,
Qua Capitano! padre amato!
Questo braccio sotto il tuo capo!
É un puro sogno che sul ponte
Cadesti morto, freddato.

Ma non risponde il mio Capitano, immobili e bianche le sue labbra,
Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere;
La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito,
Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave;
Rive esultate, e voi squillate, campane!
Io con passo angosciato cammino sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

Credo in te, anima mia


Credo in te, anima mia,
l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te,
e tu non devi umiliarti di fronte a lui.
Ozia con me sull’erba,
libera la tua gola da ogni impedimento,
né parole, né musica o rima voglio,
né consuetudini né discorsi,
neppure i migliori, soltanto la tua calma voce bivalve,
il suo mormorio mi piace.

Penso a come una volta giacemmo,
un trasparente mattino d’estate,
come tu posasti la tua testa
di per traverso sul mio fianco
ti voltasti dolcemente verso di me,
e apristi la camicia sul mio petto,
e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato,
e ti stendesti sino a sentire la mia barba,
ti stendesti sino a prendere i miei piedi.
 
Veloce si alzò in me
e si diffuse intorno a me la pace e la conoscenza
che va oltre ogni argomento terreno,
io conosco che la mano di Dio è la promessa della mia,
e io conosco che lo spirito di Dio
è il fratello del mio,
e che tutti gli uomini mai venuti alla luce
sono miei fratelli e le donne sorelle ed amanti,
e che il fasciame della creazione è amore,
e che infinite sono le foglie rigide o languenti nei campi,
e le formiche brune nelle piccole tane sotto di loro,
e le incrostazioni muschiose del corroso recinto,
pietre ammucchiate, sambuco, verbasco ed elleboro.

Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo


Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo,
mai che l’uno lasci l’altro,
sempre su e giù lungo le strade, compiendo escursioni a Nord e a Sud,
godiamo della nostra forza, gomiti in fuori, pugni serrati,
armati e senza paura, mangiamo, beviamo, dormiamo, amiamo,
non riconoscendo altra legge all’infuori di noi,
marinai, soldati, ladri, pronti alle minacce,
impauriamo avari, servi e preti, respirando aria,
bevendo acqua, danzando sui prati o sulle spiagge,
depredando città, disprezzando ogni agio, ci beffiamo delle leggi,
cacciando ogni debolezza, compiendo le nostre scorrerie.

Canto di me stesso

Che cos’è l’erba?
Mi chiese un bambino portandomene a piene mani;
come potevo rispondergli?
Non so meglio di lui che cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione,
fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
con la cifra del proprietario in un angolo
sicchè possiamo vederla e domandarci di chi può essere?
O forse l’erba stessa è un bambino,

il bimbo generato dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme che voglia dire,
crescendo tanto in ampi spazi che in strette fasce di terra,
fra bianchi e gente di colore, Canachi, Virginiani,
Membri del Congresso, gente comune,
io do loro la stessa cosa e li accolgo nello stesso modo.

Poeti estinti, filosofi, preti

Poeti estinti, filosofi, preti,
martiri, artisti, inventori, governi d’un tempo,
forgiatori di lingue su altre rive,
nazioni un tempo potenti e ora indebolite, contratte o desolate,
io non oso procedere finché non v’abbia rispettosamente dato credito
di quanto avete lasciato sparso quaggiù,
io l’ho esaminato, riconosco che è ammirevole,
(essendovi passato in mezzo,)
penso che mai nulla potrà essere più grande,
nulla potrà mai meritare più di quanto
esso meriti, mentre lo contemplo con attenzione,
a lungo, e poi lo congedo,
io sto al mio posto coi miei giorni qui.
Qui terre femminili e maschie,
qui eredi e ereditiere del mondo, qui la fiamma della materia,
qui la spiritualità mediatrice, apertamente riconosciuta,
sempre protesa, il risultato delle forme visibili,
colei che soddisfa ed ora avanza dopo la debita attesa,
sì, ecco avanzare la mia signora, l’anima.

Walt Whitman (Huntington, New York, 1819 - Camden, New Jersey, 1892) è considerato il padre del modernismo e il fondatore della nuova poesia americana. Fu cantore della libertà (ma anche della sessualità e dell'omosessualità) e di un ideale visionario che pone l'uomo come momento centrale rispetto al senso di percezione e comprensione delle cose. Cantò, soprattutto, l'essenza di quello che diventerà successivamente il sogno americano. Dalla sua opera proviene la celeberrima ode che inizia con il verso "O capitano! Mio capitano!" (filo conduttore del film L'attimo fuggente di Peter Weir).

https://it.wikipedia.org/wiki/Walt_Whitman
UE Feltrinelli




Poeti: Jesús López Pacheco

 


Delitti contro la speranza 

Ho commesso qualche
delitto contro la speranza.
Mi voglio giudicare.

Perse la vita perché doveva guadagnarsela
ogni giorno: cadde
nel tranello.
Si fece una casa d’allegria.
L’allegria si paga
cara in Spagna.

Allegramente, quindi,
si costruì la speranza,
una speranza di parole.
Lottò.
Fu ferito in battaglia.
Vedilo
con le mani legate
dentro
la sua casa.
Che esca, direte.
Per vederlo per strada
con le mani legate?
È quasi divertente
ciò che gli accade.

Non può che fuggire
dalla strada o da casa.
E non è anche vero che ha perduto
molta speranza?
Anche di questo, certamente,
si tratta.
Ma la lotta continua
non importa chi cade.
Se la sua mano è ferita
può servire la sua arma.
Ciò che ha perduto, altri lo ritrovano
nelle nuove battaglie.
La sua speranza è
in coloro che sperano.


Adesso domando sin che mi si gonfiano le vene del collo.
Perché non salgo sull’edificio più alto,
perché non mi metto al centro della piazza più grande
e grido sino a dissanguarmi?

Cammino spesso per la città
senza andare in nessuno posto.
E sempre vedo l’uomo che avanza sul marciapiede
con le sue enormi mani sconfitte nelle tasche,
quell’uomo che ha sul volto la domanda
condannato a vivere
fra parole nere come rivelazioni.

Un dolore mi prende se lo vedo
e vorrei fare qualcosa per lui,
avvertirlo di un pericolo, gridargli che stia attento
o pagargli il tram sino a un giardino.

Ah, comprendetemi almeno.
Io cammino per la strada
e abbraccerei d’un tratto quell’uomo con cappotto e tristezza.

Ogni uomo

In questa sera di pioggia
mi sono separato da me.
Sulla terra sola
camminavo adagio
voltando il capo
per vedermi nel banco
dov’ero rimasto
a guardarmi andar via.

Dal banco mi vidi
e mi lasciai seduto
per andarmene
nella città sotto la pioggia.

Lì mi separai di nuovo,
e nel parco,
e nella città senza pioggia
dove andai dopo
e in tutte le città
del mondo mi separo
ancora da me.

Ogni uomo del mondo
io sono. Ogni parola
è mia. Ogni riso
è mio. Ogni pianto,
umiliazione, dolore
lo sto sentendo adesso
io che sono ogni uomo.

Quest'uomo

Quest’uomo che grida
in una stanza vuota
bianca
chiusa
che grida sempre
però mai si apre la porta
del luogo in cui l’aria e i ricordi
lentamente si fanno marmo irrespirabile.

Un tranvai

Anche i giorni
ebbero spigoli.
Erano terribilmente quadrati,
esatti.
Le arance,
le sigarette,
persino il fumo,
tutto diventò infine
così terribilmente quadrato
come quei giorni
che ancora mi risuonano dentro,
vuoti
in mezzo alla mia vita.

E ogni notte,
in quella stanza
terribilmente quadrata,
ascoltavo il rumore
di un tranvai felice.

Da quando l’uomo è verticale

Da quando l’uomo è verticale, mai
fu costretto a vivere così curvo.

Mai, da quando l’uomo ha voce,
ha dovuto tacere così a lungo.

A volte viene voglia
di mettersi a gridare
in mezzo alla strada
e prendere a sassate
tutta questa vetrina.

Primo però

C’è delle volte,
però,
che vorrei conficcare
la penna
in mezzo al foglio
bianco
e assassinarlo per sempre.

Secondo però

Ho gridato
sempre
allegria
e
però
com’è triste
doverla gridare
perché esista.

Per molti secoli

Ogni giorno soffro per molti secoli,
rimango sveglio per molti anni
pensando ad ogni uomo che dorme.
Si sveglierà domani e il mondo sarà uguale?
Di nuovo incominciare, continuare
terminare, di nuovo la luce,
di nuovo dormire sino a domani?

Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.

Che strano essere soltanto io,
che strano non essere tutti,
tu, voi, loro,
che strano non sapere né inglese né cinese,
non poter dire come si dice
buon giorno in russo,
che strano e che fatica
vivere come uno e soffrire come tanti!

La Biografia di Jesús López Pacheco ci racconta che questo grande letterato è figlio di María del Carmen Berny Abreu e José María Pacheco Chi, José Emilio Pacheco Berny è nato in via Guanajuato 183 nel quartiere Rom di Città del Messico il 30 giugno 1939, dove ha vissuto gran parte della sua infanzia, per poi trasferirsi nella città di Veracruz dove visse con i nonni.
La sua iniziazione alla letteratura fu dovuta a due aspetti fondamentali, il primo fu la scoperta di una grande biblioteca di famiglia, il secondo, l'esperienza con il professor Moreno Tagle, che conobbe all'età di circa quindici anni e che fu colui che guidò lui nelle sue prime letture e nel fatto di conoscere la letteratura messicana.
Tuttavia, la sua passione per la letteratura inizia in tenera età, quando all'età di 8 anni frequenta un adattamento musicale di Don Chisciotte de la Mancha, diretto da Salvador Novo, al Palacio de Bellas Artes di Città del Messico; e secondo le sue stesse parole, quello spettacolo gli rivelò che il linguaggio in cui è nato «può essere per chi lo sa usare, qualcosa di simile alla musica dello spettacolo, ai colori degli abiti e delle case che illuminare il palcoscenico».

https://es.wikipedia.org/wiki/Jes%C3%BAs_L%C3%B3pez_Pacheco
UE Feltrinelli

Poeti: Saffo

 




Raccoglimi

Vieni
inseguimi tra i cunicoli della mia mente
tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure.
Trovami nell’angolo più nero
osservami.
Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dai miei vestiti.
Io ti seguirò.

Ovunque
Ode della gelosia

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.


La cosa più bella


Dicono alcuni sulla nera terra
esser la cosa più bella uno stuolo
di navi, altri di fanti o cavalieri.
Io, ciò che ami.

È nota a tutti questa verità:
Elena, la più splendida creatura,
lasciò il marito, ottimo fra gli uomini,
senza pensiero

per la figlia né per i genitori
e alla città di Troia andò per mare
tanto l’aveva Cipride sconvolta
di folle amore.

Ed anche a me fa ora ricordare
Anattoria lontana, non più qui:
di lei vorrei dinanzi agli occhi avere
l’amabile figura

e ammirare i bagliori luminosi
del suo volto, piuttosto che dei Lidi
i carri e di soldati tumultuosi
armate schiere.


Saffo fu la più antica poetessa in Europa. Nasce ad Ereso intorno al 640 a.C., il padre fu Scamandro, sua madre Cleide; ebbe tre fratelli e si sposò con un uomo noto Cercila di Andro, con cui ebbe una figlia, ma Cleide, al quale diede il nome della madre e le dedicò due frammenti pieni di dolcezza. Le fonti antiche parlano anche di un periodo in esilio in Sicilia attorno al 600.
Dato che Saffo mostra una speciale attenzione per il mondo lidio, è verosimile che il suo gruppo risultasse sospettoso a certi ambienti di Matilene.
La tradizione la descrive come una donna brutta, con la pelle scura e di piccola statura. Sulla sua morte vi è una leggenda secondo cui si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade a causa di un amore non corrisposto. Le odi di Saffo furono raccolte dagli editori Alessandrini in 9 libri, successivamente andarono perduti nel Medioevo.
Il fulcro della vita di Saffo come della sua attività poetica è l'ambiente del tìaso, che lei stessa dirigeva: esso era un istituzione pedagogica riservata alle ragazze aristocratiche, una struttura tipica della società di Lesbo, dedicata al culto di Afrodite. Nel tiaso si impartiva alle allieve un'educazione consona al tempo, dunque l'insegnamento delle leggi d'amore, la raffinatezza, la grazia.
Sono questi i temi fondamentali della poesia di Saffo, che nasce per accompagnare i vari momenti della vita del gruppo, le feste, le danze , o il momento della partenza di una ragazza ormai adulta. Il rapporto tra le ragazze è effimero, perché destinato a conoscere inevitabilmente la fine, l'idea romantica di un legame eterno e assoluto risulta estranea alla poesia di Saffo. L'addio non è venato di disperazione o sofferenza, ma di malinconia. L'antico tema della lirica viene espresso da Saffo nell’abilità del canto e nella poesia, rivendicata con orgoglio come parte essenziale della sua educazione.
L'intrecciarsi di amori all'interno del gruppo costituiva una tappa di conoscenze delle leggi dell’Eros, l'amore tra una maestra e le allieve ha un significato paiedeutico.
La sua poesia abbraccia anche altri aspetti dell'amore quali in primo luogo il rito nuziale; anche la vita della famiglia è oggetto di poesia, ai fratelli e alla figlia infatti dedica varie composizioni.
Il gruppo del tìaso aveva in Afrodite, dea dell'amore, la propria protettrice: l'amore certo era l'esperienza centrale del tiaso è una delle principali ragioni d'essere. A dominare la poesia erotica di Saffo è soprattutto la pena a cui l'amore sottopone lo spirito: amore è un'esperienza totalizzante. Nella raffigurazione di Saffo, l'amore sembra muoversi secondo due polarità fondamentali: da un lato la gioia sessuale, dall'altro il tormento generato dalla precarietà del sentimento. Negli ultimi 10 anni sono stati scoperti nuovi papiri di Saffo, che hanno portato alla luce comportamenti biografici sconosciuti

https://it.wikipedia.org/wiki/Saffo
UE Feltrinelli

Poeti: Marina Ivanovna Cvetaeva







Eccetto l’amore


Non amavo, ma piangevo. No, non amavo, tuttavia
solo a te ho indicato nell’omb
ra il volto adorato.
Tutto nel nostro sogno non assomigliava all’amore:
né ragioni, né indizi.

Solo noi ha salutato questa immagine dalla sala serale,
solo noi – tu ed io – le abbiamo portato un verso lamentoso.
Il filo dell’adorazione ci ha legati più forte
dell’innamoramento – degli altri.

Ma l’impeto è passato e dolcemente qualcuno si è avvicinato
che non poteva pregare, ma amava. Non affrettarti a condannare!
Ti ricorderò come la più tenera nota
nel risveglio dell’anima.

Tu vagavi in questo animo triste come in una casa non chiusa.
( nella nostra casa, in primavera…)non definirmi quella che ha dimenticato!
Io ho riempito di te tutti i minuti tranne
il più triste – quello dell’amore .

Non penso, non mi lamento, non discuto

Non penso, non mi lamento, non discuto.
Non dormo.
Non aspiro
né al sole né alla luna né al mare
né alla nave.

Non mi accorgo di quanto fa caldo tra queste pareti,
di quanto verde c’è nel giardino.
Da tempo il dono desiderato ed atteso
non aspetto.

Non mi rallegra né il mattino né la corsa
sonora del tram.
Vivo, senza vedere il giorno, dimenticando
la data e il secolo.

Sulla fune, che sembra intagliata,
io – sono un piccolo danzatore.
Io – ombra dell’ombra di qualcuno. Io – sonnambulo
di due oscure lune.

Ai miei versi scritti così presto

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva oggi considerata al livello di Majakovskij, di Pasternak e dell'Achmatova, ossia dei nomi più importanti della poesia russa, nacque a Mosca nel 1892, dove suo padre insegnava alla facoltà di Filosofia. Nel 1922 emigrò all'estero per avversione al nuovo regime e per raggiungere il marito, Sergej Efron, che aveva combattuto nelle fila delle armate bianche di Denikin e di Vrangel ed era poi riparato a Praga. Qui la Cvetaeva proseguì l'attività letteraria. Fra il 1916 e il 1920 scrisse senza concedersi tregua. Prima di poter riprendere contatto con la vita venne colpita negli affetti più cari: il marito e la figlia caddero vittime dello stalinismo. Rimasta sola in un ambiente che le era estraneo, venne travolta dal caos del primo periodo della guerra. Riparò di luogo in luogo fino alla Repubblica Tartara, prima a Cistopol, quindi a Elabuga, dove il 31 agosto 1941 morì suicida.


https://it.wikipedia.org/wiki/Marina_Ivanovna_Cvetaeva
UE Feltrinelli

Poeti: Arthur Rimbaud


Alla locanda verde,
alle cinque di sera


Erano otto giorni che stracciavo le scarpe
Sui sassi delle strade. Eccomi a Charleroi.
- Alla Locanda Verde, domando pane e burro,
Ed anche del prosciutto purché sia mezzo freddo.

Stando bene le gambe sotto il tavolo verde
E beato, contempla qualche scenetta ingenua
Sui muri tappezzati. Che momentio divino:
La serva ben popputa e dagli occhi vivaci,
- Quella non è certo un bacio a spaventarla! -

Mi porta sorridente le crostine imburrate,
Il tiepido prosciutto in un piatto a colori,

Prosciutto rosa e bianco profumato un po’ d’aglio,
E mi colma un boccale immense, la cui spuma
Diventa d'oro a un raggio del sole che si indugia

Au cabaret-vert,
cinq heures du soir1


Depuis huit jours, j'avais déchiré mes bottines
Aux cailloux des chemins. J'entrais à Charleroi.
- Au Cabaret-Vert: je demandai des tartines
De beurre et du jambon qui fût à moitié froid.

Bienheureux, j'allongeai les jambes sous la table
Verte: je contemplai les sujets très naifs
De la tapisserie. - Et ce fut adorable,
Quand la fille aux tétons énormes, aux yeux vifs,

- Celle-là, ce n'est pas un baiser qui l'épeure!
Rieuse, m'apporta des tartines de beurre,
Du jambon tiède, dans un plat colorié,

Du jambon rose et blanc parfumé d'une gousse
D'ail, - et m'emplit la chope immense, avec sa im
Que dorait un rayon de soleil arriéré.

Tartufo castigato

Attizzando, attizzando il suo cuore amoroso
Sotto l’abito nero, se ne andava beato,
Colle mani nei guanti, dolce da far spavento,
Sbavando fede gialla dalla bocca sdentata;

Tartufo andava dunque (“Oremus”) quando un Reprobo
l’acciuffa rozzamente per il suo santo orecchio;
Rivìersandogli addosso detti obbrobriosi, strappa
La casta veste nera da quella pelle madida.

Oh, castigo!... Le vesti son sbottonate, e mentre
Il suo lungo rosario di peccati rimessi
Gli si snoda nel cuore, San Tartufo scolora!...

Ecco che si confessa, ecco che prega e rantola!
L’uomo si accontentò di prendergli il collare...
Puah! Tartufo era nudo dall'alto fino in basso!

La maliziosa


Nella sala da pranzo bruna e tutta odorosa
di frutta e di vernice, dopo aver preso un piatto,
Senza far complimenti, di non so qual pietanza
Belga, mi stendo comodo nella mia sedia immensa.

Mangio e ascolto la pendola, - molto tranquillo e lieto.
Ecco che la cucina s’apre con uno sbuffo;
Vedo la serva entrare, chissà per qual motivo,
Con lo scialle un po' sfatto, spettinata con arte;

Passa e ripassa un dito, piccolo e un po’ tremante,
Sulla guancia, velluto rosa e bianco di pesca;
Fa col labbro puri Ile, una breve smorfietta;

Mi assesta intorno i piatti perché mi trovi bene;
- Poi, così, - ma, di certo, di certo, per prendere un bel bacio,
“Senti qui, mi fa piano, “ho un freddo sulla guancia..."

Charleroi, ottobre '70.

La maline


Dans la salle à manger brune, que parfumait
Une odeur de vemis et de fruits, à mon aise
Je ramassais un plat de je ne sais quel met
Belge, et je m’épatais dans mon immense chaise

En mangeant, j’écoutais l'horloge, - heureux et coi.
La cuisine s’ouvrit avec une boufiée,
- Et la servante vint, je ne sais pas pourquoi
Fichu moitié défait, malinement coiffée

Et, tout en promenant son petit doigt tremblant
Sur sa joue, un velours de pèche rose et blanc
En jaisant, de sa lèvre enfantine, une moue,

Elle arrangeait les plats, près de moi, pour m’aiser
- Puis, comme ça, - bien sùr, pour un avoir un baiser, -
Tout bas: "Sens donc, j'ai pris une froid sur la foue…

Charleroi , octobre 70

Le opere di Arthur Rimbaud (Poesie, Ultimi versi, Una stagione all'inferno, llluminazioni, scritti minori) sono qui inquadrate storicamente da un'ampia introduzione e accompagnate da un commente sia linguistico sia esegetico. Il testo francese è quello dell'edizione critica di Bouillane de Lacoste.
A ciò si aggiunge una scelta delle lettere più important! del poeta di Charleville, un succinto schema biografico e alcune indicazioni bibliografiche fondamentali! Il lettore italiano dispone dunque di uno strumento praticamente perfetto di avvicinamento e di studio di uno dei poeti più importanti affascinanti e difficili della moderna letteratura europea, la cui opera ha esercitato un'influenza profonda e talora determinante su tanta parte dell'arte contemporanea.



https://it.wikipedia.org/wiki/Arthur_Rimbaud
UE Feltrinelli





Poeti: Eugenio Montale

 


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

 

La solitudine

Se mi allontano due giorni
i piccioni che beccano
sul davanzale
entrano in agitazione
secondo i loro obblighi corporativi.

Al mio ritorno l’ordine si rifà
con supplemento di briciole
e disappunto del merlo che fa la spola
tra il venerato dirimpettaio e me.

A così poco è ridotta la mia famiglia.
E c’è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè!

 

Antico, sono ubriacato dalla voce

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.


Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 da una famiglia alto-borghese. Trascorre l'infanzia a Monterosso, dove la famiglia si reca in vacanza. Verso il '23 comincia a elaborare una raccolta poetica che porta inizialmente il titolo di Rottami. Con questo titolo paga il suo debito nei confronti di una tradizione espressionista legata alla rivista "La Voce" e ai suoi poeti come Clemente Rebora e Camillo Sbarbaro, autore di Frantumi. La vita di Montale appare priva di avvenimenti e in una poesia di Ossi di Seppia, Arsenio, il poeta la definisca una "vita strozzata", riprendendo un'espressione che Benedetto Croce aveva usato per Leopardi. Una vita strozzata che non riesce a conoscere l'esistenza in senso pieno. Nell'epoca fascista Montale si avvicina alla resistenza antifascista: pubblica nel 1925 Ossi di Seppia, la prima raccolta edita da Piero Gobetti, che l'anno successivo verrà ucciso dai fascisti, e sempre nel '25 firma il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" di Benedetto Croce.
Negli anni successivi il poeta si ritira a Firenze, si impiega in una biblioteca, vive ospite a casa dello storico d'arte Matteo Marangoni, marito di Drusilla Tanzi, con cui Montale avrà una lunga relazione, fino alla morte di lei negli anni '60 e celebrata nella poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale della raccolta Satura. Ma un'altra donna sarà importante per la vita del poeta, Irma Brandeis, americana, di origine ebraica e critica letteraria, con cui nascerà una storia d'amore, che si concluderà nel 1938. Questa donna diventa nella poesie di Montale emblema di una salvezza possibile, soprattutto nella raccolta Le occasioni, dove compare con il soprannome-senhal di Clizia.

Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni, forse la raccolta di poesie più importante del Novecento. Viene pubblicata da Einaudi, una nuova casa editrice, centro di raccolta di scrittori e intellettuali antifascisti. Nel dopoguerra (1948) si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Nel 1956 pubblica La bufera e altro, una raccolta di componimenti riguardanti la guerra e il dolore. Dopo la Bufera, la poesia di Montale prende una piega intimista e crepuscolare. Nel 1966 le poesie raccolte in Xenia sono dedicate alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, detta "Mosca". La raccolta verrà poi pubblicata insieme alla raccolta Satura nel 1971. Nel 1975 Montale ottiene il premio Nobel per la letteratura per poi morire nel 1981 a Milano. 


https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale

UE Feltrinelli

Poeti: Pierluigi Cappello

 


Interno giorno


Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.

Sera


Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.

Casa di riposo, primo piano


Per quanto staranno così
separati dalla propria armonia
note volate via
dallo stesso spartito,
per quanto vivranno così,
le nuche sulla federa sudata
il silenzio negli occhi
lo strepito delle mani accasciate
c’è tanto silenzio, qui, padre
la vita si alza in silenzio, qui, padre
respira salendo verso le tenebre
lo sforzo di un tronco strozzato dall’edera
e fuori sciama e chiama la gioventù fogliante
primavera mia
che ci sono finestre dove il sole
si affaccia come non desiderato
e azzurri che depongono
la loro azzurra dolcezza;
la speranza è nel gesto, papà,
senza radice e puro
dalla tua mano alla mia
dalla mia mano alla tua
lo splendore di un frutto maturo.

La biografia di Pierluigi Cappello è segnata da pochi, ma decisivi avvenimenti: il terremoto, l’incidente, le tappe della carriera poetica. Cappello era nato a Gemona nel 1967, ma era originario di Chiusaforte, piccolo comune del Friuli, terra di montagna e di confine, il luogo della sua adolescenza, che lui descriveva come «una sottile linea di case infilata in un canale». Dopo il terremoto che il 6 maggio 1976 distrusse Gemona, è vissuto per anni a Tricesimo, in provincia di Udine. Da questo luogo appartato si è dedicato agli studi, alla poesia, attento e partecipe agli accadimenti del mondo, sebbene a distanza. Nonostante il disagio che gli procuravano i viaggi pur brevi, si recava di tanto in tanto a parlare nelle scuole. Nel 2006 ha pubblicato quasi tutte le raccolte delle sue poesie in "Assetto di volo" (Crocetti Editore); per questo libro ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa. È del 2010 il riconoscimento più prestigioso: il premio Viareggio per la raccolta "Mandate a dire all’imperatore". Si recò a riceverlo personalmente, affrontando una traversata dell’Appennino tanto faticosa quanto gioiosa, in ambulanza, assistito e festeggiato da una corona di amici. Una summa della sua produzione poetica è contenuta in "Azzurro elementare. Poesie 1992-2010" (Rizzoli 2013). Ha scritto anche una raccolta di filastrocche usando “parole bambine” dedicate alla nipotina Chiara ("Ogni goccia balla il tango", Rizzoli 2014). Nel 2014 ha pubblicato il romanzo autobiografico "Questa libertà" (Rizzoli). Nonostante la salute sempre più compromessa, ha pubblicato infine "Stato di quiete. Poesie 2010-2016" (Rizzoli, 2016). Gli ultimi anni li ha trascorsi a Cassacco, dove il 1° ottobre 2017 si è spento, o – per meglio dire – se ne è andato verso inniò, ossia “in nessun dove”, se così possiamo tradurre l’antica parola friulana che dà il titolo a una sua poesia: «Jo? Jo o voi discôlç viers

 https://it.wikipedia.org/wiki/Pierluigi_Cappello 

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