Non chiederci la parola che squadri da ogni
lato
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a
lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un
croco
perduto in mezzo a un polveroso
prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso
amico,
e l’ombra sua non cura che la
canicola
stampa sopra uno scalcinato
muro!
Non domandarci la formula
che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e
secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo
dirti,
ciò che non siamo, ciò che non
vogliamo.
Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli
sterpi
schiocchi di merli, frusci di
serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora
s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli
scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che
abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo
travaglio
in questo seguitare una
muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di
bottiglia
La solitudine
Se mi allontano due giorni
i piccioni che beccano
sul davanzale
entrano in agitazione
secondo i loro obblighi
corporativi.
Al mio ritorno l’ordine si rifà
con supplemento di briciole
e disappunto del merlo che fa
la spola
tra il venerato dirimpettaio e
me.
A così poco è ridotta la
mia famiglia.
E c’è chi ne ha una o due, che
spreco, ahimè!
Antico, sono
ubriacato dalla voce
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo
abisso.
Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni, forse la raccolta di poesie più importante del Novecento. Viene pubblicata da Einaudi, una nuova casa editrice, centro di raccolta di scrittori e intellettuali antifascisti. Nel dopoguerra (1948) si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Nel 1956 pubblica La bufera e altro, una raccolta di componimenti riguardanti la guerra e il dolore. Dopo la Bufera, la poesia di Montale prende una piega intimista e crepuscolare. Nel 1966 le poesie raccolte in Xenia sono dedicate alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, detta "Mosca". La raccolta verrà poi pubblicata insieme alla raccolta Satura nel 1971. Nel 1975 Montale ottiene il premio Nobel per la letteratura per poi morire nel 1981 a Milano.
https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale
UE Feltrinelli
