Poeti: Eugenio Montale

 


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

 

La solitudine

Se mi allontano due giorni
i piccioni che beccano
sul davanzale
entrano in agitazione
secondo i loro obblighi corporativi.

Al mio ritorno l’ordine si rifà
con supplemento di briciole
e disappunto del merlo che fa la spola
tra il venerato dirimpettaio e me.

A così poco è ridotta la mia famiglia.
E c’è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè!

 

Antico, sono ubriacato dalla voce

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.


Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 da una famiglia alto-borghese. Trascorre l'infanzia a Monterosso, dove la famiglia si reca in vacanza. Verso il '23 comincia a elaborare una raccolta poetica che porta inizialmente il titolo di Rottami. Con questo titolo paga il suo debito nei confronti di una tradizione espressionista legata alla rivista "La Voce" e ai suoi poeti come Clemente Rebora Camillo Sbarbaro, autore di Frantumi. La vita di Montale appare priva di avvenimenti e in una poesia di Ossi di SeppiaArsenio, il poeta la definisca una "vita strozzata", riprendendo un'espressione che Benedetto Croce aveva usato per LeopardiUna vita strozzata che non riesce a conoscere l'esistenza in senso pieno. Nell'epoca fascista Montale si avvicina alla resistenza antifascista: pubblica nel 1925 Ossi di Seppia, la prima raccolta edita da Piero Gobetti, che l'anno successivo verrà ucciso dai fascisti, e sempre nel '25 firma il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" di Benedetto Croce.
Negli anni successivi il poeta si ritira a Firenze, si impiega in una biblioteca, vive ospite a casa dello storico d'arte Matteo Marangoni, marito di Drusilla Tanzi, con cui Montale avrà una lunga relazione, fino alla morte di lei negli anni '60 e celebrata nella poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale della raccolta Satura. Ma un'altra donna sarà importante per la vita del poeta, Irma Brandeis, americana, di origine ebraica e critica letteraria, con cui nascerà una storia d'amore, che si concluderà nel 1938. Questa donna diventa nella poesie di Montale emblema di una salvezza possibile, soprattutto nella raccolta Le occasioni, dove compare con il soprannome-senhal di Clizia.

Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni, forse la raccolta di poesie più importante del Novecento. Viene pubblicata da Einaudi, una nuova casa editrice, centro di raccolta di scrittori e intellettuali antifascisti. Nel dopoguerra (1948) si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Nel 1956 pubblica La bufera e altro, una raccolta di componimenti riguardanti la guerra e il dolore. Dopo la Bufera, la poesia di Montale prende una piega intimista e crepuscolare. Nel 1966 le poesie raccolte in Xenia sono dedicate alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, detta "Mosca". La raccolta verrà poi pubblicata insieme alla raccolta Satura nel 1971. Nel 1975 Montale ottiene il premio Nobel per la letteratura per poi morire nel 1981 a Milano. 


https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale

UE Feltrinelli