Eccetto l’amore
Non amavo, ma piangevo. No, non amavo, tuttavia
solo a te ho indicato nell’omb
ra il volto adorato.
Tutto nel nostro sogno non assomigliava all’amore:
né ragioni, né indizi.
Solo noi ha salutato questa immagine dalla sala serale,
solo noi – tu ed io – le abbiamo portato un verso lamentoso.
Il filo dell’adorazione ci ha legati più forte
dell’innamoramento – degli altri.
Ma l’impeto è passato e dolcemente qualcuno si è avvicinato
che non poteva pregare, ma amava. Non affrettarti a condannare!
Ti ricorderò come la più tenera nota
nel risveglio dell’anima.
Tu vagavi in questo animo triste come in una casa non chiusa.
( nella nostra casa, in primavera…)non definirmi quella che ha dimenticato!
Io ho riempito di te tutti i minuti tranne
il più triste – quello dell’amore .
Non penso, non mi lamento, non discuto
Non penso, non mi lamento, non discuto.
Non dormo.
Non aspiro
né al sole né alla luna né al mare
né alla nave.
Non mi accorgo di quanto fa caldo tra queste pareti,
di quanto verde c’è nel giardino.
Da tempo il dono desiderato ed atteso
non aspetto.
Non mi rallegra né il mattino né la corsa
sonora del tram.
Vivo, senza vedere il giorno, dimenticando
la data e il secolo.
Sulla fune, che sembra intagliata,
io – sono un piccolo danzatore.
Io – ombra dell’ombra di qualcuno. Io – sonnambulo
di due oscure lune.
Ai miei versi scritti così presto
Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.
Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!
Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.
Marina Ivanovna Cvetaeva oggi considerata al livello di Majakovskij, di Pasternak e dell'Achmatova, ossia dei nomi più importanti della poesia russa, nacque a Mosca nel 1892, dove suo padre insegnava alla facoltà di Filosofia. Nel 1922 emigrò all'estero per avversione al nuovo regime e per raggiungere il marito, Sergej Efron, che aveva combattuto nelle fila delle armate bianche di Denikin e di Vrangel ed era poi riparato a Praga. Qui la Cvetaeva proseguì l'attività letteraria. Fra il 1916 e il 1920 scrisse senza concedersi tregua. Prima di poter riprendere contatto con la vita venne colpita negli affetti più cari: il marito e la figlia caddero vittime dello stalinismo. Rimasta sola in un ambiente che le era estraneo, venne travolta dal caos del primo periodo della guerra. Riparò di luogo in luogo fino alla Repubblica Tartara, prima a Cistopol, quindi a Elabuga, dove il 31 agosto 1941 morì suicida.
https://it.wikipedia.org/wiki/Marina_Ivanovna_Cvetaeva
UE Feltrinelli