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| foto: Dino Ignani |
assasinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.
***
Nei miei vent’anni non ero felice
e non vorrei che il tempo s’invertisse.
Un salice d’argento mi consolava a volte,
a volte ci riusciva con presagi e promesse.
Nessuno dice mai quant’è difficile
la giovinezza. Giunti in cima al cammino
teneramente la guardiamo. In due,
forse la prima volta.
Mi culla la corolla del papavero
Mi culla la corolla del papavero,
il mio sonno è lunghissimo. La strada
si agita laggiù da quattro ore.
Solo un tuo squillo potrebbe svegliarmi.
Non mi somiglia quest’inerzia, sono
da quando amo, tutt’altra persona.
Mi culli a lungo, mi culli il papavero,
se sarà lungo il mio sogno di te.
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.
***
Nei miei vent’anni non ero felice
e non vorrei che il tempo s’invertisse.
Un salice d’argento mi consolava a volte,
a volte ci riusciva con presagi e promesse.
Nessuno dice mai quant’è difficile
la giovinezza. Giunti in cima al cammino
teneramente la guardiamo. In due,
forse la prima volta.
Mi culla la corolla del papavero
Mi culla la corolla del papavero,
il mio sonno è lunghissimo. La strada
si agita laggiù da quattro ore.
Solo un tuo squillo potrebbe svegliarmi.
Non mi somiglia quest’inerzia, sono
da quando amo, tutt’altra persona.
Mi culli a lungo, mi culli il papavero,
se sarà lungo il mio sogno di te.
Maria Luisa Spaziani, torinese, appartenente ad una famiglia borghese, coltiva
fin da subito l´amore per la letteratura e per la poesia in special modo,
fondando e dirigendo a soli 19 anni una rivista letteraria “Il dado”
intorno alla quale si muovevavo autori come Penna, Sinisgalli, Pratolini .
Ma è il 1949 l´anno della svolta per Maria Luisa Spaziani, con
l´incontro con Eugenio Montale: ne nascerà un sodalizio letterario e
un´amicizia profonda destinati a durare nel tempo, ne è testimonianza il lungo
carteggio epistolare fra i due.
Montale scriverà per lei una poesia che è un acrostico del suo nome:
le lettere iniziali di ogni verso compongono nome e cognome della Spaziani.
Indubbiamente non è la miglior poesia che il poeta genovese abbia composto, ma
testimonia il profondo e affettuoso legame tra i due. Volpe è il modo
affettuoso con cui il poeta amava chiamarla.
Consegue la laurea in lingue straniere e inizia la carriera di insegnante:
proprio il contatto con gli alunni e con il fervore delle loro idee dará alla
Speziani l´entusiasmo per continuare a scrivere e pubblicare raccolte di poesie
e mettersi in luce anche sul piano internazionale, avendo la possibilità di
conoscere personaggi di rilievo del mondo culturale come Ezra Pound,
Thomas Eliot e Jean Paul Sartre. Viene nominata insegnante prima di lingua tedesca poi di
lingua francese pre sso l´Universitá di Messina, incarico che porta
avanti per 30 anni stabilendo un rapporto profondo con il Sud e la Sicilia in
particolare, che insieme alla Francia e ai paesaggi liguri montaliani
costituiranno i luoghi della sua vita.
UE Feltrinelli
