Interno giorno
Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è
capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.
Sera
Le nove, la sera, e un poco il nero
che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.
Casa di riposo, primo piano
Per quanto staranno così
separati dalla propria armonia
note volate via
dallo stesso spartito,
per quanto vivranno così,
le nuche sulla federa sudata
il silenzio negli occhi
lo strepito delle mani accasciate
c’è tanto silenzio, qui, padre
la vita si alza in silenzio, qui, padre
respira salendo verso le tenebre
lo sforzo di un tronco strozzato dall’edera
e fuori sciama e chiama la gioventù fogliante
primavera mia
che ci sono finestre dove il sole
si affaccia come non desiderato
e azzurri che depongono
la loro azzurra dolcezza;
la speranza è nel gesto, papà,
senza radice e puro
dalla tua mano alla mia
dalla mia mano alla tua
lo splendore di un frutto maturo.
La biografia di Pierluigi Cappello è segnata da pochi, ma decisivi
avvenimenti: il terremoto, l’incidente, le tappe della carriera poetica.
Cappello era nato a Gemona nel 1967, ma era originario di Chiusaforte, piccolo
comune del Friuli, terra di montagna e di confine, il luogo della sua
adolescenza, che lui descriveva come «una sottile linea di case infilata in un
canale». Dopo il terremoto che il 6 maggio 1976 distrusse Gemona, è vissuto per
anni a Tricesimo, in provincia di Udine. Da questo luogo appartato si è
dedicato agli studi, alla poesia, attento e partecipe agli accadimenti del
mondo, sebbene a distanza. Nonostante il disagio che gli procuravano i viaggi
pur brevi, si recava di tanto in tanto a parlare nelle scuole. Nel 2006 ha
pubblicato quasi tutte le raccolte delle sue poesie in "Assetto di
volo" (Crocetti Editore); per questo libro ha vinto il Premio
Nazionale Letterario Pisa. È del 2010 il riconoscimento più prestigioso: il
premio Viareggio per la raccolta "Mandate a dire
all’imperatore". Si recò a riceverlo personalmente, affrontando una
traversata dell’Appennino tanto faticosa quanto gioiosa, in ambulanza,
assistito e festeggiato da una corona di amici. Una summa della sua produzione
poetica è contenuta in "Azzurro elementare. Poesie
1992-2010" (Rizzoli 2013). Ha scritto anche una raccolta di
filastrocche usando “parole bambine” dedicate alla nipotina Chiara ("Ogni
goccia balla il tango", Rizzoli 2014). Nel 2014 ha pubblicato il romanzo
autobiografico "Questa libertà" (Rizzoli). Nonostante la
salute sempre più compromessa, ha pubblicato infine "Stato di
quiete. Poesie 2010-2016" (Rizzoli, 2016). Gli ultimi anni li ha
trascorsi a Cassacco, dove il 1° ottobre 2017 si è spento, o – per meglio dire
– se ne è andato verso inniò, ossia “in nessun dove”, se così possiamo
tradurre l’antica parola friulana che dà il titolo a una sua poesia: «Jo? Jo o
voi discôlç viers
UE Feltrinelli
