Poeti: Wystan Hugh Auden - “La verità, vi prego, sull’amore”



Dicono alcuni che amore è un bambino,
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo,
e alcuni che è un’assurdità,
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami,
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama,
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare nel bersò;
lì non c’era mai stato;
ho esplorato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio,
e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Mi hanno detto che non puoi dimenticare
quello che provi quando lo incontri,
l’ho cercato da quando ero un bambino
ma non l’ho ancora trovato:
sto per avere trentacinque anni
e ancora non so
che tipo di creatura può essere
che riesce a turbare così.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore


 Wystan Hugh AudelPoeta, drammaturgo e librettista inglese naturalizzato statunitense (York 1907 - Vienna 1973), tra le massime personalità della poesia in lingua inglese del Novecento. Leader negli anni Trenta dei poeti di avanguardia, la sua produzione letteraria si contraddistingue per l'impegno politico, sociale ed ideologico (Poems ; The orators ), che A. concretizzò nella sua partecipazione alla guerra civile in Spagna. Trasferitosi negli USA, la poetica di A. registra una sensibile evoluzione in senso morale e religioso, l'uso di un linguaggio sempre più oscuro e l'adozione di una sperimentazione formale assai accentuata (For the time being About the houseThe age of anxiety).Fu tra i più importanti poeti di avanguardia degli anni Trenta, quando l'impegno politico e l'interesse per le teorie freudiane erano gli elementi caratterizzanti di un gruppo di giovani poeti (S. Spender, L. MacNeice, ecc.) dei quali A. divenne il capo riconosciuto. In questo primo periodo la poesia di A. tratta il tema dell'uomo abitante anonime megalopoli e della crisi delle strutture sociali e ideologiche dell'Inghilterra (Poems, 1930; 2a ediz. 1932; The orators, 1932). Nel 1937 prese parte alla guerra civile in Spagna. Due commedie (The dog beneath the skin, 1935 e The ascent of F 6, 1936, in collab. con C. Isherwood), nelle quali non mancano influenze del teatro espressionista tedesco, testimoniano l'esigenza di un più ampio contatto con il pubblico. Nel 1936 fu in Islanda con L. MacNeice e, nel 1938, in Cina con C. Isherwood: in collaborazione con i compagni di viaggio ne trasse due libri (Letters from Iceland, 1937, e Journey to a war, 1939). Nel 1939 A. si trasferì negli USA e più tardi ne prese la cittadinanza; sposò Erika Mann, figlia di Thomas Mann. In New Year letter (1941), For the time being (Oratorio di Natale, 1944) e The age of anxiety (1947), tre poemi lunghi, si riflette l'evoluzione del pensiero di A.; influenzato da Kierkegaard e R. Niebuhr, convertito alla religione episcopale anglicana, da un impegno politico e scientifico A. passa a un impegno morale e religioso. Abile sperimentatore di tutte le forme e gli stili poetici (ha scritto ballate, villanelle, sestine, terza rima, ha usato lo stile epigrammatico e quello colloquiale), tra i poeti che più hanno contato nella sua formazione sono Yeats e Rilke, il primo per lo stile colloquiale, il secondo per l'uso del paesaggio quale simbolo di una condizione umana. Il linguaggio di A. si è fatto, col passare degli anni, sempre più oscuro e la tendenza a isolarsi in esperimenti formali sempre più accentuata, l'opera del rivoluzionario degli anni Trenta è divenuta una poesia per pochi iniziati (Nones, 1951; Homage to Clio, 1960; About the house, 1966). Con Ch. Kallmann ha scritto i libretti per le opere The rake's progress (1951) di I. Stravinskij e Elegie für junge Liebende (1961) di H. W. Henze. Ha curato antologie di poeti inglesi e americani; di notevole importanza anche le raccolte di saggi: The dyer's hand and other essays (1962; trad. it. 1964), Selected essays (1964), Secondary worlds (1969), Forewords and afterwords (1973). Tra le sue ultime raccolte di versi: Collected shorter poems 1927-1957 (1966), City without walls (1969), Academic graffiti (1971), Thank youfog (1974; trad. it. 1977). Nel 1957 gli è stato assegnato il premio internazionale Feltrinelli.


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Poeti:Juan Rodolfo Wilcock,




Alla vita


Come nel suono colto delle migliori
parole che descrivono l’universo,
c’è un piacere così alto e diverso,
oh vita, nei tuoi rapidi colori,

che in un tempo infinito sognatori
noi vorremmo guardare quel disperso
delirio che ripeti come un verso
riempiendoci lo sguardo di splendori.

Che mirabile onore è l’ondeggiante
principato dell’abito che spieghi,
che paesaggio imperiale è il tuo Presente!

Non potrò mai ringraziare abbastanza
che da un pugno di terra umida e cieca
tu mi abbia fatto così vivo e amante.

Il mondo

Come sei puro e delicato, o mondo!,
con paesaggi notturni e con aurore,
con giornate e con sere riposate,
austero e pieno di un ardore fecondo.

Come sei vasto, apatico e profondo;
con che rigore accogli i nostri sguardi,
e ignori le parole pronunciate
da una bocca che cambia in un secondo!

Nulla diranno che possa commuoverti;
nulla alle stelle può recare danno,
abituate a guardare la stessa morte

che l’uomo attiva e ignaro incoraggia
sperperando i suoi fuochi in vani alterchi
e facendo una vita turbolenta.


Visione e desideri della notte


Con diamanti sulla testa
con una rete di diamanti che brilla come l’acqua,
rapidamente passi per l’etere trasparente
con bagliori e con fiamme
il vento e l’armonia ti hanno cinta di nuvole,
la tua bellezza è eterna e si ripete tra le stelle.
Ma i miei occhi non vedono, soltanto ascolto
vaste ali che muovono lo spazio.
Vivere, morire, tutto è un fumo grigio
quaggiù, e il mio nome giace in fondo a un lago;
debbo piangere davanti a un fiore, sapere che mai,
mai più ti vedrò. Oh baciarti, oh le mie forze
che strappano i rami per piangerci sopra!
Guarda l’autunno già, è da molto che aspetto,
forse le foglie nuove vorranno vedermi ai tuoi piedi,
sui prati del cielo, molto lontano.

Traversa la notte, l’autunno, illuminami
come l’acqua che versa il suo chiarore sulle pietre;
ho tanto sofferto, tanto, tutti sono stati
così crudeli con me. Oh l’aurora, l’aurora
che già prende il volo sul mare!


Wilcock, Juan Rodolfo Scrittore (Buenos Aires 1919 - Lubriano 1978), di padre inglese e madre italiana. In Argentina, dove apparvero i suoi primi libri di versi (Libro de poemas y canciones, 1940; Ensayos de poesía lírica, 1945; ecc.), fu tra i collaboratori della rivista Sur. In Italia dal 1958, traduttore dall'inglese e dallo spagnolo, collaboratore di riviste (Il Mondo di Pannunzio) e quotidiani, pubblicò opere poetiche, teatrali e narrative, nutrite da una vena fantastica, ironica e grottesca, non esente, negli ultimi anni, da toni cupi e malinconici. Oltre alle raccolte poetiche (Luoghi comuni, 1961; La parola morte, 1968; ecc.), poi confluite nell'ed. post. delle Poesie (1980; 2a ed. ampl. 1993), vanno ricordati, in prosa, Fatti inquietanti (1960), il romanzo Il tempio etrusco (1973), Parsifal, i racconti del "Caos" (1974), L'ingegnere (1975), Il libro dei mostri (1978). Le opere teatrali, parzialmente riunite in Teatro in prosa e in versi (1962), sono poi apparse in L'abominevole donna delle nevi e altre commedie (post., 1982).

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Poeti: Mario Benedetti


foto: Dino Ignani

In fondo al tempo


Stamattina il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.

 

***


Nelle finestre i giorni.

Si animano pochi visi,

venuti senza chiedere mai perché ne ho bisogno.

Dove comincio anch’io. Dove finisco

è una lunga luna, il grande nero delle montagne.

Mi sembrava una notte con la neve oggi

la piccola spesa, i pochi soldi, la tua piccola felicità.

E anch’io ho visto le montagne, mamma, non sempre,

ma ho visto le tue montagne.

I sassi rotolano giù, basta non gridare.

 ***

Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.

L’essere di qualcuno tra le case e io

con la mano cancello davanti

un ragnetto sul foglio,

niente non vuole dire se piango.

Luna, corridoio bianco, come ho corso!,

e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo

nel buio che si muove.

Come corro, come ride l’acqua

e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?

Corro nell’acqua increspata, cosa c’è

in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,

e dopo il pianto grande la voce così bella

sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?

Io, le mie scarpe le risa le travi dove?

sono qui i morti? sono qui?

 

Log Ambleteuse

 

Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.

Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».

 

Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.

 

E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.


A.D.


Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.


Stanca madre


Guardo, vicino all’acqua, l’acqua.

Quando dici «erba» piango,

quando nelle tue parole ci siamo noi e c’è tutto

l’avere incominciato da piccoli,

qui in questa terra, dici, questa nostra terra.


Che cos’è la solitudine.


Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:

un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro

come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,

il Natale nei racconti,

le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,

si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,

un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.

Scusatemi tutti.

 

Di origine friulana, nato a Nimis, in provincia di Udine, dopo la formazione universitaria a Padova ha insegnato Lettere nella città veneta e poi a Milano. Si è spento per complicazioni da Coronavirus in un istituto di cura del Cremonese, dove ha vissuto gli ultimi anni afflitto da una malattia autoimmune e dalle conseguenze di un ictus, risalente al 2014.

Vogliamo ricordare Mario Benedetti in quanto poeta fondamentale per la nostra formazione, con alcuni dei testi a cui siamo più legati, tratti da 4 capolavori, che resteranno oltre la perdita e la dispersione: Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2008),Tersa morte (2013) – sillogi riunite in Tutte le poesie (Garzanti, 2017), a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta – e infine Materiali di un’identità (2010), libro magmatico e difficile da classificare, che contamina poesia, filosofia, saggistica e autobiografia attraverso appunti sparsi in prosa.

Un libro pressoché impossibile da reperire, che ci auguriamo venga ristampato presto e che abbiamo potuto leggere grazie al nostro incontro con il poeta Guido Mazzoni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Benedetti_(poeta_italiano)

Poeti: Jorge Luis Borges

 


Il tempo

Il tempo è un fiume che mi trascina,
ma sono io quel fiume;
è un tigre che mi divora,
ma sono io quella tigre;
è un fuoco che mi consuma,
ma sono io quel fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale;
io, disgraziatamente, sono Borges.

È l’amore

È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica.

A cosa mi serviranno i miei talismani:
l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione,
le gallerie della Biblioteca, le cose comuni,
le abitudini, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.

È, lo so, l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce,
l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.

C’è un angolo di strada dove non oso passare.

Il nome di una donna mi denuncia.

Mi fa male una donna in tutto il corpo.

Ti offro

Ti offro strade difficili, tramonti disperati,
la luna di squallide periferie.
Ti offro le amarezze di un uomo
che ha guardato a lungo la triste luna.

Ti offro i miei antenati, i miei morti,
i fantasmi a cui i viventi hanno reso onore col marmo:
il padre di mio padre ucciso sulla frontiera di Buenos Aires,
due pallottole attraverso i suoi polmoni, barbuto e morto,
avvolto dai soldati nella pelle di una mucca;
il nonno di mia madre – appena ventiquattrenne –
a capo di un cambio di trecento uomini in Perù,
ora fantasmi su cavalli svaniti.

Ti offro qualsiasi intuizione sia
nei miei libri, qualsiasi virilità o vita umana.
Ti offro la lealtà di un uomo
che non è mai stato leale.

Ti offro quel nocciolo di me stesso
che ho conservato, in qualche modo –
il centro del cuore che non tratta con le parole,
né coi sogni e non è toccato dal tempo,
dalla gioia, dalle avversità.

Ti offro il ricordo di una
rosa gialla al tramonto,
anni prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa,
teorie su di te, autentiche e sorprendenti notizie di te.

Ti posso dare la mia tristezza,
la mia oscurità, la fame del mio cuore;
cerco di corromperti con l’incertezza,
il pericolo, la sconfitta.

Il sogno

Se il sonno fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?

Perché è triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.

Chi sarai questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?

L’innamorato

Luna, avorio, strumenti musicali, rose,
lampade e il segno di Durer,
le nove cifre e lo sfuggente zero,
devo fingere che queste cose esistano.

Devo fingere che nel passato c’erano
Persepoli e Roma e che una sabbia
sottile ha misurato il destino di una torre
che le età del ferro hanno disfatto.

Devo pensare alle armi e alle fiamme
delle epopee e ai mari plumbei
che rosicchiano i pilastri della terra.

Devo fingere che ci sono gli altri. È falso.
Ci sei solo tu. Tu, mia ventura
e sventura, inesauribile e pura.

La luna

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.

Il terzo uomo

Invio questo poema
(per ora accettiamo tale parola)
al terzo uomo che s’incrociò con me l’altra notte,
non meno misterioso di quello di Aristotele.
Il sabato uscii.

La notte era piena di gente;
ci fu certamente un terzo uomo,
come ce ne fu un quarto ed un primo.
Non so se ci guardammo;
andava verso Paraguay, io verso Cordova.
Forse lo hanno generato queste parole;
non saprò mai il suo nome.

So che c’è un sapore che predilige.
So che ha guardato lentamente la luna.
Non è impossibile che sia morto.
Leggerà ciò che scrivo e non saprà
che mi rivolgo a lui.
Nell’oscuro avvenire
possiamo essere rivali e rispettarci
o amici e volerci bene.

Ho eseguito un gesto irreparabile,
ho stabilito un legame.
In questo mondo quotidiano,
che somiglia tanto
al libro delle Mille e Una Notte,
non c’è un solo gesto che non corra il rischio
di essere un’operazione di magia,
non c’è un solo fatto che non possa essere il primo
di una serie infinita.

Mi domando che ombre getteranno
questi oziosi versi.

Jorge Luis Borges. Scrittore e poeta argentino (Buenos Aires 1899 - Ginevra 1986). Compiuti i primi studî in patria, visse (1914-18) a Ginevra e (1919-21) in Spagna, dove promosse insieme ad altri giovani poeti e scrittori il movimento d'avanguardia dell'ultraísmo. Tornato in Argentina nel 1921, fondò le riviste letterarie Prisma e Proa e, poi conducendo una esistenza estremamente appartata (nonostante la notorietà presto raggiunta in patria), svolse un'intensa attività critica ed erudita, che si riflette nella progressiva elaborazione del suo stile letterario così originale e ricco di riferimenti culturali. Nel 1938 a causa di un incidente fu affetto da una grave malattia agli occhi, che doveva in breve condurlo a una quasi completa cecità. Destituito nel 1946 dal suo ufficio di assistente bibliotecario (da lui ricoperto dal 1937) per aver firmato un manifesto critico contro Perón, alla caduta di questo nel 1955 fu nominato conservatore della Biblioteca centrale di Buenos Aires, incarico da cui si dimise, dopo il ritorno di Perón, nel 1974. A partire dal riconoscimento del premio Formentor (1961) conseguì una sempre più vasta notorietà internazionale. La sua ricchissima cultura letteraria e filosofica, unitamente al dominio di uno stile rigoroso e preciso e nel contempo arcanamente evocativo, caratterizzano la sua produzione nella quale affronta diversi generi letterarî: le raccolte poetiche che accompagnano l'intero svolgimento della sua attività artistica (Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martín, 1929; Poemas 1923-1958, 1958; El Hacedor, 1960; El otroel mismo, 1964; Elogio de la sombra, 1969; El oro de los tigres, 1972; La rosa profunda, 1975; La moneda de hierro, 1976; Historia de la noche, 1977; La cifra, 1981); i racconti, ai quali è affidata la sua più ampia notorietà (Historia universal de la infamia, 1935; Ficciones, 1944; El Aleph, 1949; El informe de Brodie, 1970; El congreso, 1971); un'originale produzione saggistico-narrativa (Inquisiciones, 1925; Discusión, 1932; Historia de la eternitad, 1936; Nueva refutación del tiempo, 1947; Otras inquisiciones, 1952); le opere scritte in collaborazione, nelle quali il gioco letterario si esplica nella costruzione di accurati intrecci polizieschi e fantastici (con A. Bioy Casares: Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942; Un modelo para la muerte, 1946; Crónicas de Bustos Domecq, 1967; con M. Guerrero: Manual de zoología fantástica, 1957; El libro de arena, 1977). Pure in tale varietà di interessi, l'opera di B. si presenta sostanzialmente unitaria, imperniata com'è nella ricerca del significato più profondo dell'esistenza, attenta a cogliere l'ambiguità e il fascino di situazioni e personaggi al di là delle apparenze. Le opere di B. sono apparse in trad. it.: Tutte le opere, 2 voll., 1984-85.

https://www.treccani.it/enciclopedia/jorge-luis-borges/



Poeti: Fernando Pessoa



Quel che mi duole non è

Quel che mi duole non è
Quello che c’è nel cuore
Ma quelle cose belle
Che mai esisteranno.

Sono le forme senza forma
Che passano senza che il dolore
Le possa conoscere,
O sognarle l’amore.

Come se la tristezza
Fosse albero e, una ad una,
Le sue foglie cadessero
Tra il sentiero e la bruma.

Chi sogna di più

Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?

Quando ero giovane, dicevo a me stesso

Quando ero giovane, dicevo a me stesso:
Come passano i giorni, a giorno a giorno,
E niente di ottenuto o progettato!
Più vecchio dico, con ugual fastidio:
Come, uno dopo l’altro, i giorni vanno,
Senza nulla di fatto e nulla nell’intenzione!
Così, naturalmente, invecchiato
Dirò, e con ugual voce e senso:
Un giorno verrà il giorno in cui ormai
Non dirò più niente.
Chi niente fu né è non dirà niente.

L’amore, quando si rivela


L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.

Chi vuol dire quel che sente
Non sa quel che deve dire.
Parla: sembra mentire…
Tace: sembra dimenticare…

Ah, ma se lei indovinasse,
Se potesse udire lo sguardo,
E se uno sguardo le bastasse
Per sapere che stanno amandola!

Ma chi sente molto, tace;
Chi vuol dire quello che sente
Resta senz’anima né parola,
Resta solo, completamente!

Ma se questo potesse raccontarle
Quel che non oso raccontarle,
Non dovrò più parlarle,
Perché le sto parlando…



Fernando Antonio Nogueira Pessoa nacque a Lisbona (Portogallo) il 13 giugno 1888 alle 3 e 20 del pomeriggio, al quarto piano del numero 4 di Plaza San Carlos; era il giorno di Sant’Antonio di Lisbona.
Dall’età di 5 anni cominciò a risvegliarsi in lui la passione per la lettura. Fu fortemente influenzato dalla madre, a cui piaceva scrivere, e dal padre, redattore di un quotidiano; ma anche influenzato dalla zia paterna María Xavier, che era poetessa. A quella stessa età, subì una grave perdita: suo padre morì di tubercolosi. Solo un anno dopo, morì anche il fratello Jorge. Tuttavia, lo stesso Pessoa riferiva di non aver sofferto troppo per questi lutti. Per alcuni anni della sua infanzia visse con la nonna paterna Dionisia, che soffriva di un disturbo mentale e che di conseguenza fu ricoverata in diversi manicomi portoghesi, come quello di Rihalfoles. Non è tuttavia nota la sua esatta diagnosi.

Nel 1895, la madre di Pessoa si risposò con il console del Portogallo a Durban. Per questo motivo la famiglia si trasferì in Sud Africa, dove Pessoa rimase per il resto della sua infanzia.
Successivamente tornarono in Portogallo e Pessoa decise di rimanere con la nonna. Si iscrisse a diversi corsi nell’ambito delle lettere, anche se in seguito li abbandonò tutti. Sei anni dopo, la nonna morì e in seguito a ciò Pessoa decise di fare della casa che aveva ereditato una tipografia.
È in questo periodo che inizia a scrivere, a comporre critiche letterarie e a tradurre per diverse riviste. Nel 1912 debutta come scrittore su Orpheu, rivista nata in risposta all’avanguardia internazionale e alla quale collaborarono diversi scrittori legati a Pessoa come: Sá Carneiro, Guilherme Santa Rita, Almada Negreiros e Álvaro de Campos.

A seguito dell’uscita del secondo numero della rivista, venne pubblicata una delle poesie più scandalose di Álvaro de Campos: il Saluto a Walt Whitman. Nel 1915 Sá Carneiro, intimo amico di Pessoa, si suicidò; questo episodio e l’apoplessia di María Madalena costituirono per Pessoa alcuni dei momenti peggiori della sua vita. Pessoa voleva continuare a lavorare sulla rivista e lanciare il numero successivo anche se, alla fine, non riuscì a farlo.
Un anno dopo, il poeta decise di affermarsi come astrologo; anche se può sembrare strano, era frequente che gli scrittori, oltre a pubblicare sui giornali, studiassero materie come l’astrologia. Quattro anni dopo, si innamorò di Ofelia Quiroz, un’impiegata d’affari a cui scrisse alcune poesie e lettere. Pessoa morì il 30 novembre 1935, a 47 anni, a causa di una colica epatica. Alcuni dei suoi eteronimi figurarono sulla sua tomba come segno della sua pluralità.



UE Feltrinelli




Poeti: Edgar Lee Masters

 


Margaret Fuller Slack

Sarei stata grande come George Eliot
ma il destino non volle.
Guardate il ritratto che mi fece Penniwit,
col mento appoggiato alla mano e gli occhi fondi —
e grigi e indaganti lontano.
Ma c'era il vecchio, l'eterno problema:
celibato, matrimonio o impudicizia?
Venne il ricco esercente John Slack,
con la promessa che avrei potuto scrivere a mio agio,
e io lo sposai, misi al mondo otto figli,
e non ebbi più tempo per scrivere.
Per me, comunque, era tutto finito
quando l'ago mi trafisse la mano
mentre lavavo i panni del bambino,
e morii di tetano, un'ironica morte.
Anime ambiziose, ascoltate,
il sesso è la rovina della vita!

George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.

Il giudice Somers

Come accade, ditemi,
che io, il più erudito degli avvocati,
che conoscevo Blackstone e Coke
quasi a memoria, che feci il più gran discorso
che il tribunale avesse mai udito, e scrissi
un esposto che meritò l'elogio del pretore Breese —
come accade, ditemi,
che io giaccio qui, dimenticato, ignoto,
mentre Chase Henry, l'ubriacone della città,
ha un cippo di marmo, sormontato da un'urna,
su cui la Natura in un capriccio d'ironia
ha seminato un cespo in fiore?

Knowlt Hoheimer

Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge.
Quando sentii la pallottola entrarmi nei cuore
mi augurai di esser rimasto a casa e finito in prigione
per quel furto dei porci di Curl Trenary,
invece di fuggire e arruolarmi.
Mille volte meglio il penitenziario
che avere addosso questa statua di marmo alata,
e il piedistallo di granito
con le parole "Pro Patria".
Tanto, che vogliono dire?

Minerva Jones

Sono Minerva, la poetessa del villaggio,
fischiata, schernita dai villanzoni della strada
per il mio corpo goffo, l'occhio guercio, e il passo largo
e tanto più quando "Butch" Weldy
mi prese dopo una lotta brutale.
Mi abbandonò al mio destino col dottor Meyers;
e io sprofondai nella morte, gelando dai piedi alla faccia, come chi scenda in un'acqua di ghiaccio.
Vorrà qualcuno recarsi al giornale,
e raccogliere i versi che scrissi? —
Ero tanto assetata d'amore!
Ero tanto affamata di vita!

Quando ero giovane,
avevo ali forti e instancabili,
ma non conoscevo le montagne.
Quando fui vecchio,
conobbi le montagne,
ma le ali stanche non tennero più dietro alla visione.
Il genio è saggezza e gioventù.


Edgar Lee Masters è stato un poeta, scrittore e avvocato statunitense, noto soprattutto come autore dell'Antologia di Spoon River. Nascita: 23 agosto 1868, Garnett, Kansas, Stati Uniti d'America

Morte: 5 marzo 1950, Melrose Park, Pennsylvania, Stati Uniti d'America. Matrimonio: Ellen F. Coyne(s. 1926-1950), Helen Jenkins(s. 1898-1950). Genitori: Hardin Wallace Masters, Emma Jerusha Masters. Figli: Hilary Masters. Formazione: Knox College (Illinois). Opere importanti: The Mystery of Spoon River, Television Theater, Voices of Spoon River. Autore di: Antologia di Spoon River



UE Feltrinelli

Poeti: Margherita Guidacci

 

foto: Dino Ignani



È come una mancanza di respiro

È come una mancanza di respiro
e un senso di morire
quando mi stringe improvviso
il desiderio di te tanto lontano
e nulla può calmarlo, altro pensiero
non può occuparmi, tranne il Paradiso
che sarebbe per me lo starti accanto.
Ma poiché ciò m’è negato, più cara,
molto più cara d’una fredda pace
mi è la stretta indicibile -
quasi marchio di fuoco che proclami
ancora e sempre quanto sono tua.
A nessun costo vorrei separarmi
da questo mio dolore.

La conchiglia

Non a te appartengo, sebbene nel cavo
Della tua mano ora riposi, viandante,
Né alla sabbia da cui mi raccogliesti
E dove giacqui lungamente, prima
Che al tuo sguardo si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d’alghe
Ebbi vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l’amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
Assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
Mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
E stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

All'ipotetico lettore

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa' che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l'affetto nell'addio
non è minore che nell'incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Lascia sia il vento


Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d' ogni immagine,
che l'uno all'altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

Margherita Guidacci nasce a Firenze, vicino alla «bella chiesa romanica dei SS. Apostoli», il 25 aprile 1921. A tre anni si trasferisce con i genitori in via Santa Reparata, un’altra strada del centro storico.

«Era una casa strana e scomoda, ramificata come un albero, ma con una terrazza sul tetto che era il mio regno. Di là si vedeva tutta la città e tutto il giro dei colli, e quando mi sdraiavo sul pavimento, come spesso facevo, vedevo solo il cielo ed il passare e trasformarsi delle nuvole. Un’altra casa che ha contato per me è stata quella dei miei nonni, in Mugello, dove trascorrevo le vacanze». Il padre Antonio, avvocato, divide lo studio con Piero Calamandrei. La madre si chiama Leonella Cartacci.

«Ero figlia unica, in una famiglia composta, oltre che dai miei genitori, da molte persone anziane. Vivevano ancora, infatti, tutti i miei nonni e una prozia. La mia nonna paterna […] era una persona straordinaria e, nonostante i suoi anni, la persona più giovane di spirito che io abbia mai conosciuto. Ma, naturalmente, non vi era in casa molta allegria: le malattie erano frequenti, il senso del declino, diffuso nell’atmosfera, era più forte di quello della mia crescita».
Nel 1931 il padre si ammala di tumore: ne morirà in pochi mesi.
«Io avevo allora dieci anni, e ritengo che la fine di quel poco di fanciullezza che avevo avuto sia stata segnata da quella morte, alla quale assistei. Poi, uno ad uno, se ne andarono anche tutti i vecchi, e rimanemmo solo mia madre e io: molto sole e molto unite».

https://it.wikipedia.org/wiki/Margherita_Guidacci
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