Poeti: Saffo

 




Raccoglimi

Vieni
inseguimi tra i cunicoli della mia mente
tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure.
Trovami nell’angolo più nero
osservami.
Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dai miei vestiti.
Io ti seguirò.

Ovunque
Ode della gelosia

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.


La cosa più bella


Dicono alcuni sulla nera terra
esser la cosa più bella uno stuolo
di navi, altri di fanti o cavalieri.
Io, ciò che ami.

È nota a tutti questa verità:
Elena, la più splendida creatura,
lasciò il marito, ottimo fra gli uomini,
senza pensiero

per la figlia né per i genitori
e alla città di Troia andò per mare
tanto l’aveva Cipride sconvolta
di folle amore.

Ed anche a me fa ora ricordare
Anattoria lontana, non più qui:
di lei vorrei dinanzi agli occhi avere
l’amabile figura

e ammirare i bagliori luminosi
del suo volto, piuttosto che dei Lidi
i carri e di soldati tumultuosi
armate schiere.


Saffo fu la più antica poetessa in Europa. Nasce ad Ereso intorno al 640 a.C., il padre fu Scamandro, sua madre Cleide; ebbe tre fratelli e si sposò con un uomo noto Cercila di Andro, con cui ebbe una figlia, ma Cleide, al quale diede il nome della madre e le dedicò due frammenti pieni di dolcezza. Le fonti antiche parlano anche di un periodo in esilio in Sicilia attorno al 600.
Dato che Saffo mostra una speciale attenzione per il mondo lidio, è verosimile che il suo gruppo risultasse sospettoso a certi ambienti di Matilene.
La tradizione la descrive come una donna brutta, con la pelle scura e di piccola statura. Sulla sua morte vi è una leggenda secondo cui si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade a causa di un amore non corrisposto. Le odi di Saffo furono raccolte dagli editori Alessandrini in 9 libri, successivamente andarono perduti nel Medioevo.
Il fulcro della vita di Saffo come della sua attività poetica è l'ambiente del tìaso, che lei stessa dirigeva: esso era un istituzione pedagogica riservata alle ragazze aristocratiche, una struttura tipica della società di Lesbo, dedicata al culto di Afrodite. Nel tiaso si impartiva alle allieve un'educazione consona al tempo, dunque l'insegnamento delle leggi d'amore, la raffinatezza, la grazia.
Sono questi i temi fondamentali della poesia di Saffo, che nasce per accompagnare i vari momenti della vita del gruppo, le feste, le danze , o il momento della partenza di una ragazza ormai adulta. Il rapporto tra le ragazze è effimero, perché destinato a conoscere inevitabilmente la fine, l'idea romantica di un legame eterno e assoluto risulta estranea alla poesia di Saffo. L'addio non è venato di disperazione o sofferenza, ma di malinconia. L'antico tema della lirica viene espresso da Saffo nell’abilità del canto e nella poesia, rivendicata con orgoglio come parte essenziale della sua educazione.
L'intrecciarsi di amori all'interno del gruppo costituiva una tappa di conoscenze delle leggi dell’Eros, l'amore tra una maestra e le allieve ha un significato paiedeutico.
La sua poesia abbraccia anche altri aspetti dell'amore quali in primo luogo il rito nuziale; anche la vita della famiglia è oggetto di poesia, ai fratelli e alla figlia infatti dedica varie composizioni.
Il gruppo del tìaso aveva in Afrodite, dea dell'amore, la propria protettrice: l'amore certo era l'esperienza centrale del tiaso è una delle principali ragioni d'essere. A dominare la poesia erotica di Saffo è soprattutto la pena a cui l'amore sottopone lo spirito: amore è un'esperienza totalizzante. Nella raffigurazione di Saffo, l'amore sembra muoversi secondo due polarità fondamentali: da un lato la gioia sessuale, dall'altro il tormento generato dalla precarietà del sentimento. Negli ultimi 10 anni sono stati scoperti nuovi papiri di Saffo, che hanno portato alla luce comportamenti biografici sconosciuti

https://it.wikipedia.org/wiki/Saffo
UE Feltrinelli

Poeti: Marina Ivanovna Cvetaeva







Eccetto l’amore


Non amavo, ma piangevo. No, non amavo, tuttavia
solo a te ho indicato nell’omb
ra il volto adorato.
Tutto nel nostro sogno non assomigliava all’amore:
né ragioni, né indizi.

Solo noi ha salutato questa immagine dalla sala serale,
solo noi – tu ed io – le abbiamo portato un verso lamentoso.
Il filo dell’adorazione ci ha legati più forte
dell’innamoramento – degli altri.

Ma l’impeto è passato e dolcemente qualcuno si è avvicinato
che non poteva pregare, ma amava. Non affrettarti a condannare!
Ti ricorderò come la più tenera nota
nel risveglio dell’anima.

Tu vagavi in questo animo triste come in una casa non chiusa.
( nella nostra casa, in primavera…)non definirmi quella che ha dimenticato!
Io ho riempito di te tutti i minuti tranne
il più triste – quello dell’amore .

Non penso, non mi lamento, non discuto

Non penso, non mi lamento, non discuto.
Non dormo.
Non aspiro
né al sole né alla luna né al mare
né alla nave.

Non mi accorgo di quanto fa caldo tra queste pareti,
di quanto verde c’è nel giardino.
Da tempo il dono desiderato ed atteso
non aspetto.

Non mi rallegra né il mattino né la corsa
sonora del tram.
Vivo, senza vedere il giorno, dimenticando
la data e il secolo.

Sulla fune, che sembra intagliata,
io – sono un piccolo danzatore.
Io – ombra dell’ombra di qualcuno. Io – sonnambulo
di due oscure lune.

Ai miei versi scritti così presto

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva oggi considerata al livello di Majakovskij, di Pasternak e dell'Achmatova, ossia dei nomi più importanti della poesia russa, nacque a Mosca nel 1892, dove suo padre insegnava alla facoltà di Filosofia. Nel 1922 emigrò all'estero per avversione al nuovo regime e per raggiungere il marito, Sergej Efron, che aveva combattuto nelle fila delle armate bianche di Denikin e di Vrangel ed era poi riparato a Praga. Qui la Cvetaeva proseguì l'attività letteraria. Fra il 1916 e il 1920 scrisse senza concedersi tregua. Prima di poter riprendere contatto con la vita venne colpita negli affetti più cari: il marito e la figlia caddero vittime dello stalinismo. Rimasta sola in un ambiente che le era estraneo, venne travolta dal caos del primo periodo della guerra. Riparò di luogo in luogo fino alla Repubblica Tartara, prima a Cistopol, quindi a Elabuga, dove il 31 agosto 1941 morì suicida.


https://it.wikipedia.org/wiki/Marina_Ivanovna_Cvetaeva
UE Feltrinelli

Poeti: Arthur Rimbaud


Alla locanda verde,
alle cinque di sera


Erano otto giorni che stracciavo le scarpe
Sui sassi delle strade. Eccomi a Charleroi.
- Alla Locanda Verde, domando pane e burro,
Ed anche del prosciutto purché sia mezzo freddo.

Stando bene le gambe sotto il tavolo verde
E beato, contempla qualche scenetta ingenua
Sui muri tappezzati. Che momentio divino:
La serva ben popputa e dagli occhi vivaci,
- Quella non è certo un bacio a spaventarla! -

Mi porta sorridente le crostine imburrate,
Il tiepido prosciutto in un piatto a colori,

Prosciutto rosa e bianco profumato un po’ d’aglio,
E mi colma un boccale immense, la cui spuma
Diventa d'oro a un raggio del sole che si indugia

Au cabaret-vert,
cinq heures du soir1


Depuis huit jours, j'avais déchiré mes bottines
Aux cailloux des chemins. J'entrais à Charleroi.
- Au Cabaret-Vert: je demandai des tartines
De beurre et du jambon qui fût à moitié froid.

Bienheureux, j'allongeai les jambes sous la table
Verte: je contemplai les sujets très naifs
De la tapisserie. - Et ce fut adorable,
Quand la fille aux tétons énormes, aux yeux vifs,

- Celle-là, ce n'est pas un baiser qui l'épeure!
Rieuse, m'apporta des tartines de beurre,
Du jambon tiède, dans un plat colorié,

Du jambon rose et blanc parfumé d'une gousse
D'ail, - et m'emplit la chope immense, avec sa im
Que dorait un rayon de soleil arriéré.

Tartufo castigato

Attizzando, attizzando il suo cuore amoroso
Sotto l’abito nero, se ne andava beato,
Colle mani nei guanti, dolce da far spavento,
Sbavando fede gialla dalla bocca sdentata;

Tartufo andava dunque (“Oremus”) quando un Reprobo
l’acciuffa rozzamente per il suo santo orecchio;
Rivìersandogli addosso detti obbrobriosi, strappa
La casta veste nera da quella pelle madida.

Oh, castigo!... Le vesti son sbottonate, e mentre
Il suo lungo rosario di peccati rimessi
Gli si snoda nel cuore, San Tartufo scolora!...

Ecco che si confessa, ecco che prega e rantola!
L’uomo si accontentò di prendergli il collare...
Puah! Tartufo era nudo dall'alto fino in basso!

La maliziosa


Nella sala da pranzo bruna e tutta odorosa
di frutta e di vernice, dopo aver preso un piatto,
Senza far complimenti, di non so qual pietanza
Belga, mi stendo comodo nella mia sedia immensa.

Mangio e ascolto la pendola, - molto tranquillo e lieto.
Ecco che la cucina s’apre con uno sbuffo;
Vedo la serva entrare, chissà per qual motivo,
Con lo scialle un po' sfatto, spettinata con arte;

Passa e ripassa un dito, piccolo e un po’ tremante,
Sulla guancia, velluto rosa e bianco di pesca;
Fa col labbro puri Ile, una breve smorfietta;

Mi assesta intorno i piatti perché mi trovi bene;
- Poi, così, - ma, di certo, di certo, per prendere un bel bacio,
“Senti qui, mi fa piano, “ho un freddo sulla guancia..."

Charleroi, ottobre '70.

La maline


Dans la salle à manger brune, que parfumait
Une odeur de vemis et de fruits, à mon aise
Je ramassais un plat de je ne sais quel met
Belge, et je m’épatais dans mon immense chaise

En mangeant, j’écoutais l'horloge, - heureux et coi.
La cuisine s’ouvrit avec une boufiée,
- Et la servante vint, je ne sais pas pourquoi
Fichu moitié défait, malinement coiffée

Et, tout en promenant son petit doigt tremblant
Sur sa joue, un velours de pèche rose et blanc
En jaisant, de sa lèvre enfantine, une moue,

Elle arrangeait les plats, près de moi, pour m’aiser
- Puis, comme ça, - bien sùr, pour un avoir un baiser, -
Tout bas: "Sens donc, j'ai pris une froid sur la foue…

Charleroi , octobre 70

Le opere di Arthur Rimbaud (Poesie, Ultimi versi, Una stagione all'inferno, llluminazioni, scritti minori) sono qui inquadrate storicamente da un'ampia introduzione e accompagnate da un commente sia linguistico sia esegetico. Il testo francese è quello dell'edizione critica di Bouillane de Lacoste.
A ciò si aggiunge una scelta delle lettere più important! del poeta di Charleville, un succinto schema biografico e alcune indicazioni bibliografiche fondamentali! Il lettore italiano dispone dunque di uno strumento praticamente perfetto di avvicinamento e di studio di uno dei poeti più importanti affascinanti e difficili della moderna letteratura europea, la cui opera ha esercitato un'influenza profonda e talora determinante su tanta parte dell'arte contemporanea.



https://it.wikipedia.org/wiki/Arthur_Rimbaud
UE Feltrinelli





Poeti: Eugenio Montale

 


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

 

La solitudine

Se mi allontano due giorni
i piccioni che beccano
sul davanzale
entrano in agitazione
secondo i loro obblighi corporativi.

Al mio ritorno l’ordine si rifà
con supplemento di briciole
e disappunto del merlo che fa la spola
tra il venerato dirimpettaio e me.

A così poco è ridotta la mia famiglia.
E c’è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè!

 

Antico, sono ubriacato dalla voce

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.


Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 da una famiglia alto-borghese. Trascorre l'infanzia a Monterosso, dove la famiglia si reca in vacanza. Verso il '23 comincia a elaborare una raccolta poetica che porta inizialmente il titolo di Rottami. Con questo titolo paga il suo debito nei confronti di una tradizione espressionista legata alla rivista "La Voce" e ai suoi poeti come Clemente Rebora Camillo Sbarbaro, autore di Frantumi. La vita di Montale appare priva di avvenimenti e in una poesia di Ossi di SeppiaArsenio, il poeta la definisca una "vita strozzata", riprendendo un'espressione che Benedetto Croce aveva usato per LeopardiUna vita strozzata che non riesce a conoscere l'esistenza in senso pieno. Nell'epoca fascista Montale si avvicina alla resistenza antifascista: pubblica nel 1925 Ossi di Seppia, la prima raccolta edita da Piero Gobetti, che l'anno successivo verrà ucciso dai fascisti, e sempre nel '25 firma il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" di Benedetto Croce.
Negli anni successivi il poeta si ritira a Firenze, si impiega in una biblioteca, vive ospite a casa dello storico d'arte Matteo Marangoni, marito di Drusilla Tanzi, con cui Montale avrà una lunga relazione, fino alla morte di lei negli anni '60 e celebrata nella poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale della raccolta Satura. Ma un'altra donna sarà importante per la vita del poeta, Irma Brandeis, americana, di origine ebraica e critica letteraria, con cui nascerà una storia d'amore, che si concluderà nel 1938. Questa donna diventa nella poesie di Montale emblema di una salvezza possibile, soprattutto nella raccolta Le occasioni, dove compare con il soprannome-senhal di Clizia.

Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni, forse la raccolta di poesie più importante del Novecento. Viene pubblicata da Einaudi, una nuova casa editrice, centro di raccolta di scrittori e intellettuali antifascisti. Nel dopoguerra (1948) si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Nel 1956 pubblica La bufera e altro, una raccolta di componimenti riguardanti la guerra e il dolore. Dopo la Bufera, la poesia di Montale prende una piega intimista e crepuscolare. Nel 1966 le poesie raccolte in Xenia sono dedicate alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, detta "Mosca". La raccolta verrà poi pubblicata insieme alla raccolta Satura nel 1971. Nel 1975 Montale ottiene il premio Nobel per la letteratura per poi morire nel 1981 a Milano. 


https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale

UE Feltrinelli

Poeti: Pierluigi Cappello

 


Interno giorno


Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.

Sera


Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.

Casa di riposo, primo piano


Per quanto staranno così
separati dalla propria armonia
note volate via
dallo stesso spartito,
per quanto vivranno così,
le nuche sulla federa sudata
il silenzio negli occhi
lo strepito delle mani accasciate
c’è tanto silenzio, qui, padre
la vita si alza in silenzio, qui, padre
respira salendo verso le tenebre
lo sforzo di un tronco strozzato dall’edera
e fuori sciama e chiama la gioventù fogliante
primavera mia
che ci sono finestre dove il sole
si affaccia come non desiderato
e azzurri che depongono
la loro azzurra dolcezza;
la speranza è nel gesto, papà,
senza radice e puro
dalla tua mano alla mia
dalla mia mano alla tua
lo splendore di un frutto maturo.

La biografia di Pierluigi Cappello è segnata da pochi, ma decisivi avvenimenti: il terremoto, l’incidente, le tappe della carriera poetica. Cappello era nato a Gemona nel 1967, ma era originario di Chiusaforte, piccolo comune del Friuli, terra di montagna e di confine, il luogo della sua adolescenza, che lui descriveva come «una sottile linea di case infilata in un canale». Dopo il terremoto che il 6 maggio 1976 distrusse Gemona, è vissuto per anni a Tricesimo, in provincia di Udine. Da questo luogo appartato si è dedicato agli studi, alla poesia, attento e partecipe agli accadimenti del mondo, sebbene a distanza. Nonostante il disagio che gli procuravano i viaggi pur brevi, si recava di tanto in tanto a parlare nelle scuole. Nel 2006 ha pubblicato quasi tutte le raccolte delle sue poesie in "Assetto di volo" (Crocetti Editore); per questo libro ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa. È del 2010 il riconoscimento più prestigioso: il premio Viareggio per la raccolta "Mandate a dire all’imperatore". Si recò a riceverlo personalmente, affrontando una traversata dell’Appennino tanto faticosa quanto gioiosa, in ambulanza, assistito e festeggiato da una corona di amici. Una summa della sua produzione poetica è contenuta in "Azzurro elementare. Poesie 1992-2010" (Rizzoli 2013). Ha scritto anche una raccolta di filastrocche usando “parole bambine” dedicate alla nipotina Chiara ("Ogni goccia balla il tango", Rizzoli 2014). Nel 2014 ha pubblicato il romanzo autobiografico "Questa libertà" (Rizzoli). Nonostante la salute sempre più compromessa, ha pubblicato infine "Stato di quiete. Poesie 2010-2016" (Rizzoli, 2016). Gli ultimi anni li ha trascorsi a Cassacco, dove il 1° ottobre 2017 si è spento, o – per meglio dire – se ne è andato verso inniò, ossia “in nessun dove”, se così possiamo tradurre l’antica parola friulana che dà il titolo a una sua poesia: «Jo? Jo o voi discôlç viers

 https://it.wikipedia.org/wiki/Pierluigi_Cappello 

UE Feltrinelli

Poeti: Jacques Prévert


Padre nostro

Padre nostro che sei nei cieli
Restaci pure
Quanto a noi resteremo sulla terra
Che a volte è cosi bella
Con tutti i suoi misteri di New York
Seguiti dai misteri di Parigi
Che valgon bene quello della Santa Trinità
Con il suo piccolo canale dell'Ourcq
E la sua grande muraglia Cinese
Il suo fiume di Morlaix
E le sue caramelle di Cambrai
Con il suo oceano Pacifico
E le sue vasche delle Tuileries
Con i suoi buoni bambini e i suoi cattivi soggetti
Con tutte le meravigliose meraviglie del mondo
Che se ne stanno sulla terra
Offerte a tutti quanti
Sparpagliate
Meravigliate anch'esse d'essere delle tali meraviglie
Tanto che non ardiscono confessarlo a se stesse
Come una bella ragazza nuda che mostrarsi non osa
E con tutte le orribili sofferenze del mondo
Che son legione
Con i loro legionari
Con i loro reziari
Con i signori e padroni del mondo
Ciascun padrone con i suoi predicatori i suoi traditori i suoi predatori
Con le stagioni
Con gli anni
Con le belle ragazze e i poveri coglioni
Con la paglia della miseria che marcisce nell'acciaio dei cannoni

Pater noster

Notre Père qui êtes aux cieux
Restez-y!
Et nous nous resterons sur la terre
Qui est quelquefois si jolie
Avec ses mystères de New York
Et puis ses mystères de Paris
Qui valent bien celui de la Trinité
Avec son petit canal de l'Ourcq
Sa grande muraille de Chine
Sa rivière de Morlaix
Ses bêtises de Cambrai
Avec son océan Pacifique
Et ses deux bassins aux Tuileries
Avec ses bons enfants et ses mauvais sujets
Avec toutes les merveilles du monde
Qui sont là
Simplement sur la terre
Offertes à tout le monde
Éparpillées
Émerveillées elles-mêmes d'être de telles merveilles
Et qui n'osent se l'avouer
Comme une jolie fille nue qui n'ose se montrer
Avec les épouvantables malheurs du monde
Qui sont légion
Avec leurs légionnaires
Avec leurs tortionnaires
Avec les maîtres de ce monde
Les maîtres avec leurs prêtres leurs traîtres et leurs reître
Avec les saisons
Avec les années
Avec les jolies filles et avec les vieux cons
Avec la paille de la misère pourrissant l'acier des canons.

Tre Fiammiferi

Tre fiammiferi uno dopo l’altro accesi nella notte
Il primo per vedere intero il volto tuo
il secondo per vedere gli occhi tuoi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E l’oscurità completa per ricordarmi queste immagini
Mentre ti stringo a me tra le mie braccia.

Trois allumettes

Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras.

Per te amor mio

Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato uccelli
Per te
amor mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato fiori
Per te amor mio
Sono andato al mercato di ferraglia
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
amor mio
E poi sono andato al mercato degli schiavi
E t’ho cercata
Ma non ti ho trovata
amore mio.

Pour toi mon amour

Et j’ai acheté des oiseaux
Pour toi
Mon amour
Je suis allé au marché aux fleurs
Et j’ai acheté des fleurs
Pour toi
mon amour
Je suis allé au marché à la ferraille
Et j’ai acheté des chaines
de lourdes chaines
Pour toi
Mon amour
Et puis je suis allé au marché aux esclaves
Et je t’ai cherchée
Mais je ne t’ai pas trouvée
mon amour.

 

Jacques Prévert è nato a Neuilly-sur Seine, nel dipartimento della Seine, il 4 febbraio 1900, da un padre bretone e da una madre originaria dell' Alvernia.
Dopo aver frequentato le scuole di Parigi, cominciò a 15 anni a guadagnarsi da vivere facendo svariati mestieri.
Nel 1920 iniziò il servizio militare che lo portò prima a Lunéville, dove conobbe il pittore Yves Tanguy, e poi a Costantinopoli, dove conobbe Marcel Duhamel. Ritornato a Parigi si sistemò con questi due artisti in 'una casa sulla Rue du Chateau.
Nel 1925 i suoi contatti con gli artisti del surrealismo si fanno sempre più frequenti.
Breton, Aragon, Péret, Desnos, Leiris, Queneau, cominciano a frequentare la casa di Rue du Chateau.
I primi testi di Prévert cominciano a comparire nel 1930. In quell'anno infatti la rivista «Bifur» ospita i suoi Souvenirs de famille ou l'Ange gardechiourme (Ricordi di famiglia ossia l'Angelo aguzzino).
L'anno seguente la rivista «Commerce» pubblica Tentative de description d'un diner de tetes à Paris-France (Tentativo di descrizione di un banchetto di teste a Parigi, Francia). Tra il 1932 e il 1936 Prévert svolge una intensa attività teatrale, lavorando con la compagnia «Gruppo d'Ottobre»; scrive dei testi teatrali messi in scena dalla compagnia, alcune volte con la partecipazione dello stesso autore.
La Battaglia di Fontenoy è rappresentata dalla compagnia a Mosca, nel 1933, nel corso di una Olimpiade internazionale del Teatro Operaio.
Nello stesso periodo inizia le sue collaborazioni cinematografiche e scrive le prime canzoni che saranno cantate da interpreti famosi quali , Agnès Capri, Marianne Oswald e Juliette Greco. Il primo lavoro per il cinema fu il soggetto e la sceneggiatura del film diretto da suo fratello Pierre, nel 1932, e intitolato L'alfaire est dans le sac. Segui nel 1915 un film di Jean Renoir Le crime de Monsieur Lange.
L'anno seguente pubblica, sulla rivista «Soutes», La crosse en l'air. Torna al cinema nel 1937 iniziando una proficua collaborazione con MarceI Carné.
II primo film fu Drale de drame (tit. it. Lo strano dramma del dottor Molyneux).
Nel 1938 Prévert soggiornò per un anno negli Stati Uniti e scrisse lo scenario per il secondo film di Carné, Quai de brumes (tit. it. Il porto delle nebbie) interpretato da Jean Ga.bin, Michèle Morgan, Pierre Brasseur, Michel Simon.
Sempre in quell'anno lavora al film Disparus de Saint-Agil di Christian- Jaque e Pietre Laroche.
Segui nel 1939 Le jour se lève (tit. it. Alba tragica) con la regia di Carné.
Durante la guerra, nel 1942, per la regia di Carné e di Laroche, realizzò il film Les visiteurs du soir (tit. it. L'Amore e il Diavolo).
Del 1943 è il nuovo film con Marcel Carné, Les enfants du paradis (tit. it. Amanti perduti) con Barrault e Arletty.
Nello stesso anno lavorò ai film di Pierre Prévert, Adieu, Léonard e Lumière d'été di Jean Crémillon. Del 1945 è l'ultimo prodotto della collaborazione tra Carné e Prévert, costituito dal film Les portes de la nuit (tit. it. Mentre Parigi dorme).
Sempre in quell'anno scrisse la sceneggiatura e il soggetto del film Aubervilliers, diretto da Eli Lotar.
Il 1945 segnò anche la rtpresa dell'attività teatrale con la prima rappresentazione del balletto Le rendez-vous con musica di J. Kosma, coreografia di Roland Petit e sipario di Picasso, al teatro Sarah-Bernhardt. Presso La Nouvelle Edition esce in quell'anno il volume di André Verdet Souvenirs du présent che reca come prefazione lo scritto di Prévert C'est à Saint-Paul-de-Vence. A dicem.bre esce Paroles, raccolta delle sue poesie rimasta tra le più celebrate.
Nel 1946 Histoires. In quell'anno nasce la sua figlia Michelle. Nel 1947 esce una nuova edizione accresciuta di Paroles. Nel 1948 un grave incidente riduce Prévert tra la vita e la morte. Lo scrittore cade da una finestra degli uffici della Radio sul marciapiede degli Champs-Elysées. Resta in coma per parecchie settimane.
Poi va a trascorrere la convalescenza a Saint-Paul-de-Vence dove resterà con la moglie e la figlia alcuni anni.
Nel 1949 esce una nuova edizione di Paroles e nel 1951 esce Spectacle.
Una nuova raccolta delle poesie che andava intanto pubblicando fu fatta nel 1955 nel volume La pluie et le beau tempi.
In quello stesso anno Prévert ritorna definitivamente a Parigi. L'anno seguente pubblica il volume Mirò in collaborazione con G. Ribemont-Dessaignes e con delle riproduzioni di opere di Mirò. Nel 1957 espone i suoi collages alla Galleria Adrien Maeght. Nel 1963 pubblica un nuovo volume di poesie, Histoires, et d'autres bistoires. Nel 1966 esce Fatras con 57 immagini composte dall'autore. Due anni dopo, a Aubervilliers dà uno spettacolo audiovisivo; si tratta di collages su diapositive e poesie inedite. 
Vive in seguito sempre più lontano dagli impegni culturali e trascorre perlopiù i suoi giorni nella proprietà di Omonville-La-petite, un paesino nei pressi di Cherbourg; qui un male incurabile lo conduce alla morte l'11 aprile 1977.

UE Feltrinelli

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Poeti: Stéphane Mallarmé





Brezza marina


La carne ।è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
tra l’ignota schiuma e i cieli!
Niente! nè antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che già si bagna nel mate
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
nel vuoto luglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io perché!Vascello che dondoli l’alberatura
l'ancora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli
ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alber forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi
sperduti, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto more, dei marinai!

Brise marine

La cbair est triste, hilas! et fai lu tous les livres.
Fuir! là-bas fuirl’Je sens que des oiseaux sont ivres
D’itre pormi l’icume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflitis par les yeux
Ne retiendra ce cceur qui dans la mer se trempe
O nuits! ni la darti diserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur difend
Et ni la jeune femme dlaUant son enfant.
Je partirai! Steamer btdanqant ta mature,
Live l’onere pour une exotique nature!
Un Ennui, disoli par les cruds espoirs,
Croit encore à l’adieu suprème des mouchum'
Et, peut-itre, les mdts, invitant les orages
Sont-ds de ceux qu’un vent penebe sur les
Perdus, sans màts, sans mdts, ni fertiles ttof
Mais, ó mon caur, entends le ebant des matelots!

Il ciabattino

Tranne la pece nulla da fare,
il giglio nasce bianco e corne odore
francamente lo preferisco
a questo buon rattoppatore.
Al mio paio addizionerà
piû cuoio di quanto ebbi mai
e ciò dispera un bisogno
di talloni in liberté.
Il martello che non si sbaglia
conficca rozzi chiodi burlesdii
sulla suola die la sua voglia
conduce sempte per altre peste.
Scarpe ricreerebbe,
o piedi, se voi lo voleste!

Le savetier

Hors de la poix rien à faire,
Le lys naît blanc, comme odeur
Simplement je le préfère
A ce bon raccommodeur.
Il va de cuir à ma paire
Adjoindre plus que je n’eus
Jamais, cela désespère
Un besoin de talons nus.
Son marteau qui ne dévie
Fixe de clous gouailleurs
Sur la semelle Venvie
Toujours conduisant ailleurs.
Il recréerait des souliers,
O pieds! si vous le votdiez!


Quando minacciô l’ombra della legge ineluttabile
un vecchio Sogno, aile vertebre desiderio e ferita,
sotto le vôlte funebri affranto di petiee
esso in me la sua ala ripiegò indubitable.
Lusso! Salotto d’ebano, dove a sedurte un te
urlla morte si torcono celebrate ghirlande,
non siete che superbia mentita dalle tenebre
per chi dalla sua fede, solitario, è abbagliato.
io so che al largo di questa notte la Terra
d’un gran falô proietta l’insolito mistero
di Ira i secoli sordidi che l’oscurano meno.
Lo spazio eguale a sé, che si neghi o s’accresca
in questa noia rotea vili fuochi che attestino
l’accendersi del genio, luce da un astro in festa.


Quand l’ombre menaça de la fatale loi
Tel vieux Rêve, désir et mal de mes vertèbres,
Affligé de périr sous les plafonds funèbres
Il a ployé son aile indubitable en moi.
Luxe, ô salle d'ébène où, pour séduire un roi
Se tordent dans leur mort des guirlandes célèbres,
Vous n’êtes qu'un orgueil menti par les ténèbrei
Aux yeux du solitaire ébloui de sa foi.
Oui, je sais qu'au lointain de cette nuit, la Terre
Jette d'un grand éclat l’insolite mystère,
Sous les siècles hideux qui l’obscurcissent moin\
L’espace à soi pareil qu’il s’accroisse ou se nie
Roule dans cet ennui des feux vils pour témoin i
Que s’est d’un astre en fête allumé le génie.


Stéphane Mallarmé nasce a Parigi nel 1842 e la sua vita è priva di avvenimenti di rilievo: un breve soggiorno in Inghilterra, una vita matrimoniale di routine, un incarico di insegnante nel liceo di Tournon, in provincia.
Nel 1866, Il “Parnasse contemporain” gli pubblica una decina di poesie e nello stesso anno comincia il poema Erodiade al quale può dedicare solo poco tempo a causa dei trasferimenti che lo destinano prima a Besançon, poi ad Avignone.
Nel 1867 inizia il racconto Igitur, o la follia di Elbehnon che lo impone tra gli amici come il teorico della poesia simbolista, di cui è anche uno degli esponenti più lucidi. Ottenuto finalmente il trasferimento a Parigi (1871), i “martedì letterari” di casa Mallarmé influiscono notevolmente sulla formazione dei letterati della nuova generazione. Nel 1876 pubblica il poemetto Il meriggio di un fauno che lascia la critica benpensante sconcertata e diffidente. Nel 1897 esce Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, imprevedibile nel suo aspetto formale perché rompe il sistema sintattico e ritmico tradizionale. Amareggiato per non essere riuscito a scrivere il “Libro” assoluto che si era proposto, muore nel 1898 prostrato da insonnie e abbattimenti.


da UE Feltrinelli

https://it.wikipedia.org/wiki/John_Keats